Home editoriale Silicon Valley Bank: un nuovo cigno nero?

Silicon Valley Bank: un nuovo cigno nero?

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Vorrei riflettere sul crack di Silicon Valley Bank (d’ora in avanti SVB) e provare a spiegare ai nostri lettori cosa è successo e quali possono essere le conseguenze di questo ennesimo fallimento di una banca americana.

Chi è (o forse chi era) Silicon Valley Bank? Si tratta della sedicesima banca americana ed una delle più importanti della California, impegnata tanto a finanziare start-up quanto in un’attività di raccolta fondi a breve termine dalle stesse start-up tecnologiche, per poi impiegarli in titoli a lungo termine a bassissimo o nullo rischio come i bond del Tesoro americano (Treasury Bond).

Perché la banca è andata in crisi? Perché con il rialzo dei tassi, imposto dalla Federal Reserve (la Banca Centrale Usa) per combattere l’inflazione, le start-up depositanti presso la SVB, spesso indebitate con questa e con altre banche per sostenere i loro investimenti e piani di sviluppo, hanno incominciato a bruciare cassa e hanno avuto bisogno del denaro che avevano depositato a breve termine.

Per far fronte a queste richieste, SVB ha dovuto incominciare a vendere i Treasury Bond che aveva acquistato e messo in portafoglio; ma questi titoli, essendoci stato nel frattempo un significativo rialzo dei tassi di interesse, valevano a questo punto molto meno di quello a cui erano stati acquistati, perché il loro tasso di rendimento, che rispecchiava il livello dei tassi di interesse del momento in cui erano stati acquistati, era molto più basso dei tassi di interessi correnti.

Vendendo questi titoli, SVB ha incominciato a imbarcare perdite pari alla differenza tra il valore di acquisto dei titoli del tesoro americano in portafoglio e quanto realizzato sul mercato con la loro vendita. Per coprire queste perdite SVB ha lanciato un aumento di capitale. Questa mossa, di per sé comprensibile, ha ingenerato panico negli azionisti e nei depositanti in SVB, le richieste di ritirare i depositi sono aumentate a dismisura ed è stato crack.

Come al solito le attività creditizie si basano sulla fiducia: se questa viene meno sono dolori.

Questa crisi si presta ad una serie di riflessioni.

La prima è che la crisi della SVB è una crisi di liquidità, non una crisi da insolvenze. La distinzione è importante quando si parla di crack bancari. La crisi di liquidità è infatti più facilmente fronteggiabile rispetto a quella derivante dal fatto che i debitori non sono più in grado di rimborsare i loro debiti verso le banche. Pare che SVB avesse in portafoglio un po’ meno di 100 miliardi di usd di bond del tesoro americano, con scadenze anche molto lunghe (dieci e venti anni). Se non avesse avuto bisogno di vendere una parte di questi bond per fronteggiare il ritiro dei depositi, ed avesse potuto portarli a scadenza naturale non avrebbe avuto alcuna perdita di cassa ma solo nozionale, derivante cioè dai criteri contabili che impongono di valutare gli asset ai prezzi di mercato. Sarebbe bastato quindi finanziare la SVB per le sue esigenze di cassa e prendere a garanzia i suoi bond, ma solo la Federal Reserve poteva farlo. Il tumultuoso susseguirsi degli avvenimenti ha probabilmente impedito un intervento rapido.

La seconda riflessione riguarda i perversi effetti provocati sul sistema macroeconomico da un repentino aumento dei tassi di interesse. Quando da molte parti si predica prudenza nei comportamenti delle Banche Centrali, e le si esorta a gestire con molta gradualità le politiche antinflazionistiche, lo si fa perché c’è il serio rischio che queste misure mettano in crisi interi comparti dell’economia provocando recessione e gravi problemi occupazionali.

Il bilanciamento tra le esigenze di contenere l’inflazione e il sostegno alle economie europee e americane al centro di forti turbolenze, anche generate dalla guerra conseguente dall’aggressione russa in Ucraina, sono un esercizio molto difficile che va affrontato dalle banche centrali con razionalità e pragmatismo evitando estremismi, così come si affannano a ricordare il Governatore di Bankitalia Visco e il nostro rappresentate alla BCE Panetta.

Terzo, si dice giustamente che un crack del genere difficilmente potrebbe verificarsi in Europa perché le regole di controllo della Banca Centrale Europea sulle singole banche sono molto più stringenti di quelle sulle banche americane, specie dopo le sciagurate decisioni della presidenza Trump di diminuire i controlli sugli istituti bancari più piccoli, con asset inferiori ai 200 miliardi di usd, come appunto era la SVB.

La BCE sottopone sistematicamente le banche europee a stress test e cioè controlla continuamente la fisionomia dei loro crediti, le tipologie di impieghi, la diversificazione del rischio. Probabilmente la BCE non avrebbe consentito una così forte concentrazione in una sola tipologia di investimenti, i buoni del tesoro appunto, il cui unico profilo di rischio è proprio la crescita dei tassi di interesse per le ragioni spiegate sopra. O meglio non avrebbe consentito l’incrocio di questo rischio con l’altro derivante dalla specifica attività della SVB di finanziare le start-up.

L’attività delle start-up è per sua natura molto rischiosa, come ben sanno tutti quelli che se ne occupano. La mortalità di queste aziende è molto alta (una su cento ce la fa) e anche quelle destinate al successo attraversano lunghi periodi in cui bruciano cassa per sostenere investimenti e piani di sviluppo. Se hai depositi di start-up a breve termine devi mettere nel conto che le start-up stesse potrebbero richiederteli indietro da un momento all’altro per le loro esigenze di cassa, e quindi non puoi investire in depositi a lungo termine. Qui è probabilmente l’errore compiuto dal management di una banca che pure passava per essere una delle meglio gestite degli Usa.

Un’ultima considerazione. La vicenda della SVB, sia pure circoscritta e gestita, anche se con un po’ di ritardo, dalla Fed, rischia di creare problemi di contagio, almeno psicologico, soprattutto nei confronti di banche già deboli e in difficoltà come dimostrano le vicende degli ultimi giorni di Crédit Suisse.

Bisogna evitare che questa storia diventi un cigno nero su un’economia mondiale che già attraversa un momento non facile per l’inflazione e per la guerra. Per scongiurare questo rischio le Banche Centrali devono agire con rapidità, ridando fiducia ai mercati con azioni concrete che difendano gli interessi dei depositanti. La dimensione delle crisi del SVB e di qualche altra banca regionale americana lo consentono.

Per quanto ci riguarda più da vicino, speriamo che la Banca Centrale Svizzera intervenga a sostegno del Crédit Suisse.

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