Home Eventi Delle emozioni e dei capricci (che non esistono)

Delle emozioni e dei capricci (che non esistono)

da Alberto Bruzzone

Si conclude con questo numero di ‘Piazza Levante’ la nostra rubrica bisettimanale dedicata al progetto ScuolAscolta on air, ideato e promosso dalla psicologa e psicoterapeuta Erika Panchieri sulle frequenze di Radio Aldebaran: a ogni puntata un tema di attualità, declinato per insegnanti e famiglie.

di ERIKA PANCHIERI *

Le emozioni sono come onde: arrivano, toccano l’apice e poi, così come sono arrivate, se ne vanno.

Tutti le proviamo, anche se ognuno di noi è fedele sperimentatore di alcune più che di altre e ciò accade maggiormente con le emozioni secondarie.

Distinguiamo, infatti, tra emozioni primarie e secondarie: le prime sono quelle con cui nasciamo. Abbiamo gli occhi castani, o azzurri, i capelli biondi oppure mori ma in ogni caso possediamo uno zainetto che contiene la capacità di comprendere, provare ed esprimere le cinque emozioni di base. Queste ultime (gioia, rabbia, tristezza, disgusto e paura) sono identiche in ogni singola parte del mondo. Potremmo andare in Alaska o ritrovarci in un villaggio africano e tutti i presenti proverebbero queste emozioni ed, inoltre, le riconoscerebbero negli altri. Ciò è possibile perchè qualunque essere umano utilizza gli stessi muscoli per esprimere con il viso le emozioni primarie.

Diversa è la questione per quanto riguarda le emozioni secondarie: non nasciamo insieme a loro ma le acquisiamo ed arrivano a trovarci a seguito di una valutazione cognitiva della situazione.

Come immaginerete, quindi, provare ansia, vergogna o colpa è molto soggettivo: dipenderà dai pensieri che verranno fatti dal singolo individuo.

Se per esempio domani dovessi avere un’importante interrogazione a scuola e pensassi che sicuramente andrà male proverei ansia, emozione che invece non verrebbe a trovarmi (o perlomeno non con la stessa intensità) se i miei pensieri fossero più possibilisti, meno catastrofici.

Quando proviamo una forte ed intensa emozione siamo in un assetto definito da Siegler di ‘diluvio emotivo’: la parte razionale del cervello è spenta, mentre quella emotiva è iperattivata.

Ciò vuol dire, per esempio, che se una persona è in preda ad un forte accesso di rabbia non comprenderà ciò che l’interlocutore vorrà dirgli, il suo cervello non sarà in condizione di seguire un ragionamento logico.

Questo accade anche ai bambini durante gli episodi definiti ‘capricci’: se ci siamo sufficientemente compresi, sarà intuitivo come a questo punto si possa affermare che i capricci non esistono. O meglio, sono un’etichetta data ad episodi di diluvio emotivo che coincidono con quanto accade anche ad un adulto arrabbiato. È chiaro che l’età modifica un po’ la modalità espressiva dell’emozione ma, di fatto, siamo di fronte allo stesso fenomeno.

Come possiamo fare, quindi, quando siamo di fronte a qualcuno (figlio, compagno, studente) che è in preda ad una forte emozione negativa (per es. la rabbia magari durante un conflitto con noi o con altri)?

Vediamo alcune tips.

Non negate l’emozione dell’altro, non minimizzatela né svalutatela (“dai non piangere”, “cosa ti arrabbi a fare?”). Tutte le emozioni hanno dignità di esistere, anche quelle negative, al massimo critichiamo il modo di esprimerle.

L’adulto è bene che non vada in diluvio emotivo, mantenendosi un valido e fermo punto di riferimento.

Ricordate che l’emozione è come un’onda e quindi anche senza fare nulla passerà (se siamo di fronte ad un conflitto, tra fratelli o studenti per esempio, dobbiamo però intervenire sempre per garantire le massime condizioni di sicurezza).

Se oltre a non andare in escalation e ad avere messo tutti in sicurezza, volessimo fare qualcosa in più… beh, si potrebbe trasformare una situazione apparentemente negativa in una potenziale occasione di crescita. Si può fare in molti modi.

Provate a vestire i panni dell’allenatore emotivo (Gottmann) e cioè di colui che sta di fronte all’emozione dell’altro, la valida, la comprende e poi lo aiuta a comprendere le criticità dell’agito suggerendo alternative comportamentali funzionali (es. “Marco, capisco che tu ti sia arrabbiato… forse sarebbe successo anche a me al tuo posto. La tua reazione, però, ha avuto diverse conseguenze negative, cos’altro avresti potuto fare?”).

In generale, cerchiamo di ricordare che le emozioni (e-movere: muovere fuori) ci danno modo di vedere da ‘fuori’ qualcosa del ‘dentro’ della persona che abbiamo di fronte.

Non scappiamo davanti a questa occasione, indossiamo i nostri migliori occhiali ed andiamo a vedere qual è il messaggio nascosto in filigrana.

(* Psicologa, psicoterapeuta e ideatrice del progetto ScuolAscolta)

Ti potrebbe interessare anche