Home Aziende in vetrina Julio Jonas, il fashion designer venuto da oltre oceano: “Così mi sono innamorato di Chiavari”

Julio Jonas, il fashion designer venuto da oltre oceano: “Così mi sono innamorato di Chiavari”

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

La balena, anche se non bianca, ti può inghiottire quando meno te lo aspetti. E per uscire indenne da una simile esperienza devi avere tanta fede, parecchie certezze. In te stesso. Chiamala predestinazione, chiamala capacità di superare i propri limiti. Se poi ti chiami Jonas è quasi un dovere ‘farsi sputare’ dal ventre molle che ti incatena negli abissi di una vita normale e andare alla ricerca di qualcosa di diverso, di speciale, di… ‘più’.

Il giovane e già apprezzato brand Jønasclothing concretizza il sogno di un ragazzo ed esprime le sue esperienze di persona-ponte tra i due continenti. Julio Jonas è il ‘disegnatore dei Due Mondi’, un immigrato-revenant che ha saputo cogliere il meglio dall’una e dall’altra sponda dell’Atlantico per creare una sua linea di moda, interessante e dinamica.

Si è sempre opposto alla banalità, ai percorsi disegnati da altri. Julio Jonas si è reinventato più volte, cambiando continente e pure percorso di formazione. Finisce uno stilista pur avendo iniziato come geometra, ha ritrovato Chiavari passando per Milano e partendo da Santiago de Cuba. Un esploratore mentale prima che viaggiatore. Uno che sa raccontarsi con una vivacità degna delle sue creazioni sulla carta.

“Mi presento. Sono il direttore creativo e fondatore del brand Jønas, ci metto la faccia non per megalomania ma perché ritengo doveroso che il pubblico sappia chi c’è dietro questa proposta, dietro la linea di abbigliamento uomo e donna, dietro la nuova linea di accessori. Attraverso varie storie e vari episodi sono approdato qui”.

E non è un luogo comune. Una biografia ricca, che evidenzia come il fashion designer Julio Jonas si sia formato grazie ad ascendenze e influenze diverse, quasi opposte. “In senso educativo nasco come geometra dopodiché mi sono ‘gettato’ in un’altra direzione. Avevo già questa vena artistica dentro, ho voluto andare un po’ controcorrente. Quindi un giorno ho preso armi e bagagli e sono partito, destinazione il mondo, impiego nei villaggi turistici, incarico la direzione artistica dei villaggi stessi. I viaggi, i continui spostamenti mi hanno permesso di conoscere tantissime persone, trovarmi in situazioni diverse una dall’altra. E questo è stato fondamentale per la mia attuale professione perché il muoversi per i continenti e i paesi ti dà, ti arricchisce, procura tantissimi, tantissimi stimoli. In una parola: ti fa crescere”.

A questo punto il sospetto è una certezza. Questo ‘cittadino del mondo’ è stato agevolato da un retaggio multiculturale. “Sono nato a Cuba, precisamente a Santiago de Cuba da genitori cubani il 28 febbraio del 1995. In Italia sono arrivato da piccolo perché mia madre si è risposata con un italiano. Mi sono trovato in una nuova famiglia dove mi hanno praticamente adottato e sono stato benissimo”.

Una situazione particolare, con lati vantaggiosi. Per esempio essere poliglotta. “Con mia madre parlo spagnolo, qui con la mia nuova famiglia italiano, all’estero in inglese”. Tante lingue e nessun accento. Ascoltandolo non si coglie assolutamente l’inflessione tipica degli spagnoli che usano l’italiano come seconda lingua. “L’essere stato per diverso tempo lontano da qui e lavorare in villaggi turistici dove devi farti capire in diverse lingue, aiuta in questo senso”.

Torniamo all’ultima e decisiva virata esistenziale: “Mi trovavo ad Antigua da circa 9 mesi. E stavo benissimo: un’isola di sogno nei Caraibi, un posto mistico, mi ero ambientato. Visitandola, conoscendo i locali, ho pensato che in un posto così ‘bisognava’ essere creativi, seguire il mio istinto e dire qualcosa di mio. Già, ma cosa? Mi sono detto che venivo da una formazione molto tecnica ma che avevo sempre avuto dentro di me questa parte un po’ estrosa. C’era un negozio di souvenir con annessa una stamperia. Ho conosciuto il proprietario e gli ho chiesto se potevo creare qualcosa, quindi disegnare e applicarlo sui capi di abbigliamento che vendeva, poteva essere una t-shirt o un vestito intero”.

I primi tentativi, scocca la scintilla. “Ho notato che sia tra i locali che tra i turisti c’era un certo interesse per le mie creazioni e mi sono detto che questa cosa qui se funzionava ad Antigua poteva funzionare anche in Italia. Allora ho finito la stagione, sono tornato e ho incominciato a studiare tutto quello che riguardava la moda. Un campo nuovo per me, mi sosteneva il pensiero che poteva darmi qualcosa in più”.

L’estro e il coraggio di inventarsi un’altra volta. “Forse mi ha aiutato la vena artistica, che implica un pizzico di lucida follia. Mi sono chiesto se ne valeva la pena e mi sono risposto ‘Ehi! Se non lo faccio adesso, quando lo faccio?’. Restare e convivere con un rimorso non fa per me”.

E comincia un altro capitolo. “Mi servivano nozioni. Ho studiato a Genova in un’accademia privata di moda dopodiché ho frequentato dei corsi universitari a Milano. Qui ho imparato veramente ‘a fare’: cose che mi parevano bellissime, idee singole, ero ancora all’inizio, come una gonna o un pantalone. L’energia è venuta assieme all’entusiasmo. Passo dopo passo ho creato una collezione che ho intitolato ‘Anima Donna’, gli abiti erano tutti ‘disconnessi’ tra loro: mi sono ispirato a diversi stili, senza preconcetti, un po’ rinascimentale in alcuni aspetti, un abito magari un po’ più contemporaneo, un po’ più pop, un po’ più tradizionale, ma tutti dovevano avere come filo conduttore un dettaglio rosso che poteva essere una spilla, una sciarpa, un calzino, un gioiello, un bracciale, qualsiasi tipo di dettaglio. Anche perché credo che la cosa bella sia proprio questa, prendere l’ordinario e trasformarlo in qualcosa di unico”.

La prima sfilata è un traguardo, guai se diventa un motivo per adagiarsi. “Sì, ho temuto il blocco dell’artista circa quattro anni. Poi gli avvenimenti hanno ripreso a marciare. Ho presentato la ‘Capsule Collection’ alla quale hanno partecipato svariate persone, io non me lo sarei mai aspettato perché ero un esordiente che presenta una linea. Poteva piacere come no invece c’è stato un buon riscontro da parte del pubblico. Da lì è partita una collaborazione con vari fotografi e ho messo a punto il mio stile: esotico, quindi colorato, fresco, dinamico, unito a influenze europee”.

In quattro anni svariate collezioni. “In ogni collezione abbiamo sempre inserito dettagli e particolari che richiamassero la mia isola madre, non posso negare che sia la mia più grande fonte di ispirazione”. Julio che non dimentica da dove viene, nel tempo e nello spazio, dopo Santiago recupera anche Chiavari, la sua seconda homeland. “Avevo aperto un atelier a Milano, dove creavo e avevo il laboratorio. Nel periodo del Covid mi sono isolato per inventare qualcosa di originale, di studiare le tendenze. Poi quattro mesi fa ho trovato la risposta: tornare a Chiavari per lanciare la mia prima linea di accessori, qualsiasi accessorio ma soprattutto borse. Non ho accantonato la parte abbigliamento, sto lavorando in parallelo. Ho pensato agli artigiani che ho conosciuto qui a Chiavari: una linea fatta collaborando con i chiavaresi riportare alla luce la tradizione sartoriale ligure. È indispensabile che rimanga vicino alla produzione e come sede non potevo trovare miglior spazio che Wylab. Dell’incubatore, di questi locali mi sono subito, diciamo, innamorato perché è un ambiente stimolante, giovane, si respira aria di rinnovamento”.

Nella sede di via Delpino è nata una nuova serie di modelli. La prima borsa iconica del brand: la ‘Anacardius’. Ispirata al frutto esotico dalle forme sinuose e chiare che si raccoglie nelle foreste del nord-est del Brasile. Dalla creatività del designer e passando dallo studio su carta, un manufatto dove l’artigianato locale fa da protagonista. “Ho pensato all’uso di materiali, forme ed eleganza che si intrecciano in una borsa dalle linee sinuose e prepotenti. Ho pensato alle mie ascendenze latino-americane. Mi sono posto varie domande su come poter, attraverso questa linea, raccontare la mia storia. Per riuscirci ho lavorato tanto su me stesso e su cosa volevo trasmettere al pubblico. Ho lavorato anche sul rendere ecosostenibili i miei prodotti. Per esempio andare a utilizzare il cotone organico piuttosto che riutilizzare i capi vintage e rielaborarli sotto nuova chiave. Ho l’ambizione di suggerire al consumatore di acquistare in qualità e non in quantità. È fuori di dubbio che oggi sia tassativo fare attenzione a cosa si consuma, si compra: se così fosse riusciremmo a stare molto meglio tutti quanti”. Jonas: originalità senza stravaganza, sicurezza senza supponenza, volontà senza arroganza. Ha solcato i mari e non ha smarrito la bussola. Non ha bruciato i ponti alle sue spalle. Come dicono nei Caraibi: “Una pianta senza radici viene spazzata via dal vento”. Julio non smetterà – come Ulisse e come Ismaele – di esplorare: un ago come fiocina e poi via ‘per l’alto mare aperto’.

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