Home Attualità Migranti, Mediterraneo e Mozambico, ovvero non esistono solo il bianco e il nero. A emergenza in atto, non ci sono soluzioni ideali al problema

Migranti, Mediterraneo e Mozambico, ovvero non esistono solo il bianco e il nero. A emergenza in atto, non ci sono soluzioni ideali al problema

da Alberto Bruzzone

di MATTEO GILLERIO *

Tra febbraio e settembre del 2011 il villaggio di Palma, al confine tra il Mozambico e la Tanzania, oggi tristemente noto per essere stata occupato dalla guerriglia islamista, è stato il punto di snodo di un importante flusso di migranti somali.

Ne parlo, nonostante sia una vicenda di oltre dieci anni fa che si è affacciata appena sulla stampa italiana, perché in quel periodo vi ho diretto l’ufficio locale di IOM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, e ho studiato quel fenomeno migratorio in una posizione assolutamente privilegiata. L’analisi che segue nasce da quell’esperienza che è tecnicamente molto simile al fenomeno cui assistiamo tra le due sponde del Mediterraneo.

La nascita dell’emergenza
Per molteplici ragioni la rotta migratoria seguita dai migranti del Corno d’Africa verso il Sudafrica si spostò, in quella prima metà del 2011, dal centro del continente alla costa orientale. Barconi non differenti da quelli che vediamo approdare sulle nostre coste partivano dal Kenya per approdare alla foce del fiume Rovuma che segna il confine tra Tanzania e Mozambico, a 10 km da Palma.

All’epoca Palma era il capoluogo di un distretto di frontiera, in un punto secondario del confine collegato da piste che durante le piogge diventavano impraticabili. Antica cittadina coloniale, era decaduta dopo l’indipendenza e la guerra civile perdendo anche l’accesso all’energia elettrica che è stata riattivata solo all’inizio di quell’anno. Non era allora il centro nevralgico che sarebbe diventato dopo la scoperta del gas di fronte alle sue coste: pochi abitanti, i pochi servizi amministrativi del distretto, una scuola, un piccolo ospedale, la polizia, una pensione e non molto altro. Economicamente la città viveva di pesca di sussistenza, agricoltura artigianale e del commercio informale tipico delle cittadine di frontiera.

In un contesto dall’equilibrio precario l’arrivo di migliaia di persone ha sconvolto la vita del villaggio: i migranti somali arrivavano stremati e affamati, spesso malati, e occupavano campi, piazze e strade della zona cibandosi di quello che trovavano, in attesa di trovare i mezzi per proseguire il viaggio verso sud.

La posizione ufficiale del governo e della comunità internazionale
Il partito-governo mozambicano, di origine marxista e ancora fresco del ricordo dei profughi mozambicani che avevano trovato asilo nei paesi confinanti durante la guerra civile, era formalmente molto aperto verso i migranti (definiti indistintamente rifugiati). Dall’altra parte anche la comunità internazionale, che in Mozambico contribuiva per oltre il 50% al budget dello stato, faceva pressione perché fosse loro data accoglienza indiscriminata, appoggiata in questo dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite (tra cui la ‘mia’ IOM) e dalle ONG che supportavano una quota importante del welfare del Paese.

In forza di questa unità d’intenti vennero finanziati dei programmi di assistenza e di relocation dei migranti verso il grande campo di rifugiati costruito dall’UNHCR (L’alto Commissariato per i Rifugiati) a 500 km da Palma e le differenti agenzie (UNHCR, WFP, IOM) con alcune ONG crearono degli uffici a Palma per assistere il governo nella soluzione del problema. 

La realtà sul campo
Sul campo la realtà era di gran lunga meno idilliaca. ‘L’invasione’ aveva creato in una popolazione già al limite della sussistenza, disagi così importanti che si era creato un clima molto ostile. La polizia, le guardie di frontiera e le forze armate, presenti con una base della Marina Militare poco lontano, cominciarono ad agire in maniera contraria alle direttive ufficiali del governo attraverso respingimenti al di fuori di ogni regolamentazione, prelevando migranti dal campo di transito allestito dalle ONG e dalle Nazioni Unite o con ‘retate’ notturne lungo i pochi chilometri che separavano Palma dalla frontiera. Ho raccolto testimonianze, non verificabili, di violenze, speronamenti delle imbarcazioni, respingimenti in zone deserte o pericolose al confine con la Tanzania dove nel migliore dei casi il destino era il carcere. Ho visto persone ai limiti della sopravvivenza, alcuni morire di malaria o di chissà che altro, senza poter fare nulla.

Il nostro lavoro era di trasferire quante più persone possibile al campo dei rifugiati, prima che fossero ‘trasferiti’ in altra maniera, come in una surreale e ipocrita partita a guardie e ladri. Ricordo che un giorno all’alba fummo avvisati che stava avvenendo una retata al campo di transito; mi recai sul posto con un collaboratore e trovai il campo deserto. Al ritorno trovai sulla strada un gruppo di persone in abiti civili e armate di kalashnikov. Gli andai incontro e quando fui abbastanza vicino li riconobbi come poliziotti locali, anche loro mi riconobbero e, nonostante sapessimo tutti perché ci trovavamo lì e cosa fosse accaduto, ci demmo il buongiorno come fossimo a passeggio e ognuno proseguì per la propria strada, io con le gambe molli.

I ‘salvati’, una volta arrivati al campo per rifugiati, dopo aver riposato alcuni giorni e recuperato i contatti giusti, si allontanavano per affrontare l’ultima parte del viaggio fino alla terra promessa sudafricana. Alla fine del 2011 solo il 5% circa di coloro che entrarono in Mozambico era ancora nel campo, gli altri lo avevano lasciato autonomamente.

Grazie alle testimonianze che raccogliemmo potemmo ricostruire il percorso e la storia dell’ondata migratoria: su sollecitazione di ‘facilitatori’, una sorta di agenti di viaggio della migrazione illegale, venivano reclutati nei villaggi somali dei giovani che, sponsorizzati dalle loro comunità che si tassavano, pagavano il prezzo del viaggio ai trafficanti (in inglese sono chiamati ‘smugglers’, contrabbandieri, un termine più preciso per definire una tipologia criminale differente dal trafficante) e partivano per il Sudafrica. La rotta era definita dagli smugglers in base alle condizioni più favorevoli, che in quel 2011 prevedeva la navigazione costiera dal Kenya fino al Mozambico e la continuazione del viaggio via terra. Il campo di Rifugiati era diventato una sorta di punto di smistamento e le organizzazioni internazionali avevano di fatto fornito il trasporto sulla tratta dalla costa al campo stesso. Le testimonianze raccontavano le tragiche e terribili vicende che oggi vengono purtroppo riportate anche sulle pagine dei nostri giornali; la sola differenza è che quella storia tragica si è svolta essenzialmente fuori dai riflettori, in un angolo di mondo ‘nascosto’ e, allora, poco importante. La storia finisce con la ‘chiusura’ da parte delle organizzazioni criminali di una rotta diventata troppo rischiosa e difficile (quindi antieconomica per i criminali) e sostituita da altre.

Rifugiati o Migranti?
Normalmente ci riferiamo ai migranti come richiedenti asilo o rifugiati. In realtà il Richiedente asilo è una figura specifica, prevista dalla convenzione di Ginevra del ’51, che prevede, per la concessione dello status, presupposti chiari che vanno esaminati e valutati singolarmente. La convenzione venne stipulata avendo in mente le persecuzioni politiche, razziali e religiose che avevano insanguinato la prima parte del secolo scorso ed è oggi uno strumento inadeguato per rispondere alle moderne emergenze migratorie. Il problema è che non esiste nessun altro strumento di efficacia universale comparabile, dotato oltretutto di un’organizzazione (l’UNHCR) preposta a sostenerne l’utilizzo. La prassi internazionale, e quella dell’UNHCR stessa, ha quindi allargato la definizione creando una categoria indefinita (person of concern) che in breve significa che l’Alto commissariato si occupa di chi ha bisogno per temi legati alle migrazioni.

La soluzione alla lunga non è efficace perché esistono diverse categorie di persone con diverse esigenze da un lato, e dall’altro gli stati che devono poter differenziare le politiche a seconda della situazione. Tra un perseguitato politico e un migrante economico ci sono sicuramente degli aspetti comuni, in primis lo stato di necessità e l’essere persone con uguale dignità, ma anche differenze enormi di motivazione, condizione, esigenze pratiche…

Lo stato, se da una parte ha il dovere di garantire l’effettività della dignità umana proteggendo ogni persona, cittadino o meno, da qualsiasi persecuzione e discriminazione, deve poter normare e controllare gli ingressi dei migranti economici così da poter gestire l’integrazione ed essere in grado di garantire tanto a tutti coloro che sono accolti quanto ai propri cittadini lo stesso livello di assistenza e protezione.

Dalle interviste preliminari che abbiamo fatto a Palma è emerso che quasi nessuna delle persone che assistemmo aveva le caratteristiche necessarie ad essere inquadrata nella definizione di richiedente asilo della convenzione di Ginevra. Si trattava fondamentalmente di migranti economici che avevano pagato per migrare in un altro paese senza seguire le necessarie procedure legali. Tuttavia, per rispondere ad una obiettiva emergenza umanitaria la comunità internazionale ha fatto pressione perché tutti fossero inquadrati in questo schema, condizionando la posizione del governo mozambicano in questo senso.

Lo stesso governo, dovendo fare fronte all’emergenza complementare dei suoi cittadini, in condizioni già critiche, esposti a ulteriori sofferenza e tensioni, ha informalmente adottato, a livello locale, una politica di ‘respingimenti’ informali, al di fuori di ogni regola, garanzia o assistenza.

La voluta ambiguità nella qualifica del fenomeno, pur motivata da ragioni umanitarie, non ha permesso di affrontare le cause del problema né il ripetersi di fenomeni analoghi ed ha ‘de facto’ posto molte delle persone coinvolte in pericoli ulteriori rispetto a quelli legati al viaggio stesso.

Lo Stato e le organizzazioni internazionali
Il sistema delle organizzazioni internazionali in quell’occasione fece un buon lavoro dal punto di vista umanitario: raccolse e accompagnò molte persone sottraendole a respingimenti illegali che potevano concludersi anche con la morte ed eliminando i rischi e i disagi di un viaggio di 500 chilometri. Nonostante ciò, ricordo il disagio di quei giorni: stavo facilitando il lavoro degli smugglers, dei contrabbandieri, aumentando il loro margine economico e, di fatto, incoraggiando un fenomeno che avrebbe comunque causato morti e ingiustizie.

Il Governo mozambicano all’epoca agì in maniera non coerente attraverso rassicurazioni formali e deportazioni che violavano i diritti e l’incolumità delle persone. Questa politica, umanitariamente molto discutibile, fermò però il passaggio in una rotta pericolosa che avrebbe comunque causato ulteriori morti e ingiustizie.

Bianco, nero e grigio
Il fenomeno migratorio è un insieme disordinato di interessi, desideri, diritti, doveri spesso in conflitto tra loro. Qualsiasi risposta che assolutizza un elemento rispetto agli altri finirebbe inevitabilmente per generare degli effetti indesiderati.

Mi occupo solo dell’incolumità dei migranti? Incoraggio ulteriori movimenti e nuovi rischi, nuove emergenze, nuove violazioni dei diritti. Mi occupo di fermare il flusso migratorio a qualunque costo? Metto a rischio chi è già in movimento e chi partirebbe comunque, nego di fatto il diritto di asilo a chi, nel flusso migratorio, ne avrebbe i requisiti.

Potrei continuare ma il concetto è chiaro. Purtroppo, non esistono azioni solo buone o solo cattive di fronte al fenomeno migratorio ma questo non giustifica la non azione o soluzioni “di pancia” contro o a favore.

Quindi?
In Mozambico ho capito alcuni punti utili, forse banali ma poco considerati, per impostare una soluzione del problema.

  • È assolutamente necessario capire lo specifico fenomeno migratorio (da dove vengono i migranti, da dove partono, chi sono le organizzazioni criminali che facilitano il movimento) ed agire a livello di governi per mitigare o fermare il fenomeno.
  • All’interno del fenomeno migratorio è necessario distinguere i potenziali richiedenti asilo, coloro che sono con tutta evidenza migranti economici, e gruppi che richiedono una protezione particolare temporanea (i profughi ucraini per esempio). Ognuna di queste categorie ha bisogno di risposte diverse e lo stato ha diritto ad applicare trattamenti differenti, pur salvaguardando la dignità della persona e i suoi diritti fondamentali.
  • Le organizzazioni internazionali e le ONG possono avere una funzione di supporto ma la titolarità delle politiche migratorie è dei governi, anche perché gli interessi di associazioni private o di organizzazioni internazionali non coincidono necessariamente con quelli dei popoli che vivono in quei territori e dei loro governi legittimi. Per chiarezza: le ONG nel Mediterraneo non fanno innanzitutto salvataggi in mare ma sono attori nell’emergenza migratoria in atto attraverso l’assistenza ai profughi durante la traversata; con i dovuti distinguo è il lavoro che facevo io a Palma.

Non ritengo purtroppo che ci siano soluzioni ideali al problema, una volta che l’emergenza è in atto, e non penso che sia possibile eliminare completamente il fenomeno. Non resta che gestirlo nella maniera più razionale e non ideologica, sapendo che ogni soluzione ha delle controindicazioni e che alla fine del gioco gli unici vincitori saranno comunque i criminali che organizzano il sistema.

(* responsabile area Medio Oriente e Nord Africa di Duferco)

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