Home Approfondimento Anziani, solitudine e silver economy, la sociologa avverte: “Dopo i sessant’anni siamo ancora in forma, basta trattarci da vecchi decrepiti”

Anziani, solitudine e silver economy, la sociologa avverte: “Dopo i sessant’anni siamo ancora in forma, basta trattarci da vecchi decrepiti”

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

“Dopo i sessant’anni, siamo ancora in forma, ma siamo trattati da vecchi decrepiti”. Da tempo c’è una sociologa genovese, già dirigente del Comune di Genova ed esperta di tematiche legate all’invecchiamento, oltre che di servizi sociali, che va ripetendo questo concetto e che si batte perché ci siano delle necessarie inversioni di tendenza. Lei si chiama Carla Costanzi ed è stata tra i relatori del convegno intitolato ‘Solitudine e Solidarietà: gli anziani e la città’, che si è svolto ieri a Palazzo Tursi a Genova con l’organizzazione del Comune e del circolo culturale Europa: pane, libertà, pace. Il tutto per parlare di un tema che riguarda in generale tutta la Liguria, la regione più anziana d’Italia e tra le regioni più anziane del continente.

Gli anziani sono una risorsa e un’opportunità? E come possono essere utili in questo senso? E come si possono implementare le tematiche e i progetti legati alla cosiddetta Silver Economy? Di questo e di tanto altro si è parlato, insieme a Carla Costanzi, allo psichiatra Adriano Parodi, al past president del Cus Genova Mauro Nasciuti.

“A proposito di anziani, quando se ne parla si citano solo ‘bisogni’, riferendosi cioè prevalentemente alla quota, per fortuna esigua, più problematica di questo gruppo, mentre la maggioranza gode di condizioni buone o discrete. Ma gli anziani non hanno solo bisogni: hanno aspirazioni, aspettative, progetti che desiderano realizzare, non vogliono cioè semplicemente sopravvivere, bensì vivere appieno, realizzare se stessi e i propri sogni. Tutto ciò è assolutamente ignorato da chi siede nella stanza dei bottoni”.

Secondo la sociologa, quindi, “gli anziani devono ritrovare lo spirito di un tempo, la voglia di collaborare per cambiare a partire proprio dall’adozione di una nuova e più adeguata idea di vecchiaia. È un cambiamento radicale anche nelle modalità di azione, perché mai nei secoli passati gli anziani si sono organizzati e comportati come categoria sociale, ma proprio la maturazione di una consistente consapevolezza del loro essere ben diversi da come stereotipi e pregiudizi infondati li descrivono, potrà produrre cambiamenti sostanziali non solo nell’immagine prevalente, ma anche nel concreto modo di vivere questa tappa dell’esistenza. Qualche segnale innovativo si può cogliere in alcuni settori del mercato, che da qualche anno testimoniano nuove modalità di rappresentare la vecchiaia nelle varie manifestazioni della pubblicità, dai cosmetici alla moda; altri settori, a mio avviso, nel tentativo di innovare falliscono invece clamorosamente finendo col ridicolizzare gli anziani rappresentati. Tuttavia anche questi approcci, seppur non riusciti, possono essere letti come testimonianza di una nuova esigenza di adeguare il linguaggio alla realtà”.

Un brutto colpo è stato dato dalla pandemia: “L’aspetto più drammatico è l’inadeguatezza della risposta ai bisogni degli anziani, che quando non sono più autosufficienti vengono ricoverati in istituto. Mi sono molto impegnata per affermare il principio che il miglior modo di trascorrere gli ultimi anni della vita sia a casa propria, scelta che è possibile praticamente per la maggior parte degli anziani. Vivere in istituto è una pessima soluzione che si ripercuote sulla salute fisica e psichica di persone che sono costrette a subire le regole della nuova comunità, che devono lasciare il proprio mondo fatto di oggetti e ricordi. Non a caso i dati di mortalità negli istituti segnalano due picchi di cui il primo avviene nei primi 3 o 4 mesi del ricovero. Negli istituti raramente si dispone di spazi privati. All’obiezione che assisterli a casa potrebbe essere più difficile, mi sento di sostenere che non è così e che, anzi, sarebbe anche meno oneroso. Che sia praticabile è dimostrato in maniera egregia nell’esperienza della Danimarca, dove è stata fatta una scelta molto radicale: fin dal 1986 è stata proibita la costruzione di nuovi istituti, dal 1996 al 2010 i posti letto negli istituti sono stati ridotti da 36mila a 8mila, contemporaneamente i posti letto in soluzioni abitative sono passati da 22mila a 71mila. Quindi, a mio avviso, il grande insegnamento della pandemia è che bisogna invertire la rotta e cominciare a ridurre i posti in istituto incrementando contemporaneamente le politiche abitative per gli anziani e studiando modalità efficaci per la cessione e gestione del patrimonio immobiliare agli enti pubblici”.

Una conseguenza diretta dell’invecchiamento della popolazione è la crescita della Silver Economy, che si inquadra come un fattore trasversale, con una ricaduta diretta sull’economia italiana pari a 43,4 miliardi di euro. L’impatto degli ultra 65enni sul Pil avrebbe un valore stimabile compreso tra il 20% e il 30%. A fronte di una spesa media mensile delle famiglie italiane di 2.571 euro, la coppia over 65 senza figli spende circa 2.674 euro.

Nel nostro Paese, l’abitazione è al primo posto nella priorità dei Silver, che destinano alla casa il 48,7% del totale della spesa media mensile, e non stupisce il fatto che il 94% degli over 65 esprima la volontà di rimanere nella propria abitazione il più a lungo possibile. Altro settore d’interesse è quello alimentare, che per le coppie over 65 fa registrare una spesa +12% rispetto alle famiglie più giovani. C’è poi il settore dei trasporti, a cui è destinato il 9%, per i servizi sanitari si spende il 6-7% del budget disponibile.

Guardando ai numeri, i Silver italiani sono circa 14 milioni di individui, più della metà sono donne, e si stima che nell’arco dei prossimi dieci anni si arriverà a contare oltre 16 milioni di italiani over 50.

Le spese dei Silver potrebbero far registrare ulteriori incrementi, grazie agli sviluppi tecnologici e alla disponibilità sul mercato di prodotti innovativi. L’impatto di questo fenomeno, così come emerge dalla ricerca, non riguarda solo i settori della sanità, ma si estende ai servizi finanziari, ai beni di consumo, l’immobiliare, il turismo. Si stima che la Silver Economy contribuirà all’economia europea per ben 5,7 trilioni di euro già entro il 2025. Ecco perché le tematiche dell’invecchiamento sono così importanti.

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