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Dell’ansia e i suoi rimedi (a scuola)

da Alberto Bruzzone

Prosegue con questo numero di ‘Piazza Levante’ la nostra rubrica bisettimanale dedicata al progetto ScuolAscolta on air, ideato e promosso dalla psicologa e psicoterapeuta Erika Panchieri sulle frequenze di Radio Aldebaran: a ogni puntata un tema di attualità, declinato per insegnanti e famiglie. Appuntamento in Radio venerdì 2 dicembre alle ore 9,50.

di ERIKA PANCHIERI *

L’ansia arriva da noi presentandosi male: brutta e cattiva e parecchio fastidiosa.

E che noi si sia a scuola, a lavoro, per strada o nella tranquillità di casa nostra vorremmo non far altro che mandarla via. Tutta. Subito. Per sempre.

E, invece, provo a raccontarvi una storia diversa.

Quando pensiamo che ciò che dobbiamo affrontare sia difficile per noi, quasi pericoloso, è proprio in quel momento che lei arriva.

L’ansia fa a quel punto scattare la tachicardia (più sangue alle gambe serve a farci scappare più veloci del pericolo!) e tutta una serie di conseguenze fisiologiche abbastanza fastidiose (sudorazione, tremore, oppressione al petto, e cosi via).

I pensieri che hanno portato a questa valutazione sono stati pensieri catastrofici (“non ce la farò”, “andrà male sicuramente” e simili) e più sono radicati ed intrusivi e maggiore sarà il livello di ansia.

Quest’ultima, in effetti, benché come dicevamo si presenti male, è un’amica (lo abbiamo capito dal fatto che ci mette in condizione di scappare da quello che le diciamo essere minaccioso per noi).

Dipende tutto dal suo livello: quando è basso parliamo di ‘ansia buona’, cioè quell’attivazione fisiologica che ci tiene addirittura performanti.

Quando il livello sale troppo, invece, siamo in compagnia dell’ansia ‘cattiva’.

È a questo punto che, se per esempio siamo a scuola preoccupati per una verifica o un’interrogazione, l’effetto sabotante che ne conseguirà sarà il blocco delle funzioni esecutive (su tutte, memoria e concentrazione) e quindi: foglio bianco, scena muta.

Può accadere anche che si cerchino di evitare situazioni che ci fanno sentire in questo modo e che per noi sono, quindi, difficili da affrontare. Rimaniamo in contesto scolastico e avremo le assenze che diventano numerose (la cosiddetta frequenza a singhiozzo) fino ad arrivare, nei casi più gravi, al ritiro scolare.

Questo accade perché l’evitamento procura una forte sensazione di benessere che si cercherà di replicare per ottenere nuovamente questo effetto benefico.

La conseguenza negativa, però, è dietro l’angolo: non affrontare la situazione che ci preoccupa (nel nostro caso la verifica o l’interrogazione, per esempio) non ci consente di andare a vedere che non sarebbe andata poi cosi male e che quindi i nostri pensieri catastrofici non erano a fuoco.

Gli adulti, genitori e docenti, che hanno a che fare con studenti che presentano queste difficoltà cosa possono fare?

Intanto non minimizzare ma comprendere quello che sta accadendo e magari condividere insieme qual è la funzione dell’ansia e del perché ci venga a trovare ogni tanto, anche in modo così impetuoso.

Parlarne insieme, poi, può consentire di intercettare i pensieri disfunzionali e questo ci mette in condizione di lavorare insieme a decatastrofizzarli un po’ così da mettere un paio di occhiali che ci apra a possibilità diverse circa il finale della storia.

In ultimo, anche se difficile, dobbiamo tenere a mente che la cosa migliore sarebbe evitare di evitare: esporsi, ovviamente in modo protetto, preparato e graduale, a ciò che ci appare sfidante ci porta a vedere che possiamo farcela. O che anche se qualcosa dovesse andare storto, beh, andrà bene lo stesso.

(* Psicologa, psicoterapeuta e ideatrice del progetto ScuolAscolta)

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