Home editoriale Rumenta e autonomia del Tigullio. Deve nascere un movimento autonomista e secessionista per farsi rispettare dai genovesi?

Rumenta e autonomia del Tigullio. Deve nascere un movimento autonomista e secessionista per farsi rispettare dai genovesi?

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

La vicenda della gara per la gestione integrata della raccolta e smaltimento dei rifiuti del bacino del Tigullio si presta all’ennesima triste riflessione sui rapporti tra il nostro comprensorio e l’Area Metropolitana genovese, tema che tante volte abbiamo trattato dalle pagine di ‘Piazza Levante’.

Ricapitoliamo i fatti.

I Comuni del Tigullio si sono a lungo battuti perché l’affidamento del servizio avvenisse tramite una gara competitiva, in modo da mettere a confronto le varie proposte nell’interesse dei cittadini.

Tale procedura all’inizio non era affatto scontata perché si è avuta netta la sensazione che l’intendimento dell’Area metropolitana genovese e del suo sindaco Bucci fosse quella dell’affidamento in house, e cioè senza alcuna gara, alla municipalizzata genovese Amiu certamente non famosa per i livelli di efficienza e di qualità del suo servizio.

La pressione dei Comuni del Tigullio e il disposto della nuova legge sulla concorrenza voluta dal Governo Draghi, tra le riforme garantite all’Europa per ottenere i soldi del Pnrr, hanno fatto sì che alla fine anche l’Area Metropolitana abbia deciso di procedere con una gara. La nuova legge sulla concorrenza consente ancora l’affidamento dei servizi in house ma è estremamente esigente sulla motivazione e sulla dimostrazione, a carico dell’Ente appaltante, che dall’affidamento del servizio in house derivino effettivamente benefici per i cittadini.

Oggi il confronto si è quindi spostato sulle modalità della gara e sul coinvolgimento delle Amministrazioni Comunali del Tigullio, che sono quelle che poi vengono chiamate dai cittadini a garantire la qualità e il costo del servizio. Fondamentale è la definizione dei parametri e delle richieste da inserire nel capitolato d’appalto al fine di ottenere il miglior risultato.

Va ricordato che nella configurazione attuale la grande maggioranza dei Comuni del bacino del Tigullio può usufruire di un servizio svolto da un colosso lombardo delle municipalizzate che in questi anni ha garantito livelli di raccolta differenziata molto elevati (più del 65% ), una buona qualità del servizio generale e tariffe accettabili. È comprensibile quindi la preoccupazione di mantenere, anche dopo la nuova gara per l’affidamento del servizio in tutto il bacino, gli standard attuali.

Ma qui si ripresentano difficoltà significative nel rapporto con l’Area Metropolitana che nonostante i solleciti, come dimostra anche l’esito dell’ultimo incontro sul tema, non pare incline a coinvolgere i Comuni del Tigullio nella definizione delle regole dell’appalto.

È vero che i Comuni del bacino del Tigullio hanno tempo fino al 10 novembre per far pervenire le loro osservazioni, ma i tempi stretti di gara imposti dalla Città Metropolitana non consentiranno alcun vero approfondimento e confronto.

Il più chiaro ed esplicito nell’esprimere le preoccupazioni dei Comuni del Tigullio è stato il Sindaco di Lavagna, Alberto Mangiante: “Non è accettabile uno scadimento del livello che il nostro servizio ha raggiunto, e non è accettabile che chi non conosce il territorio voglia gestire un aspetto così delicato. I nostri interventi e le nostre richieste sono sempre stati su cose concrete, pratiche. L’attuale gestione della raccolta è frutto di aggiustamenti e miglioramenti e ci soddisfa ampiamente. Non intendiamo scendere sotto il livello raggiunto e non vogliamo che la Città Metropolitana sia intermediario tra noi e il nuovo gestore”.

L’incubo dei Sindaci è che la responsabilità di eventuali disservizi provocati da una non adeguata istruttoria e preparazione dell’appalto e la conseguente insoddisfazione della cittadinanza ricadano su di loro, che in realtà avranno poca o nulla possibilità di incidere sulle attività del gestore lontano, con il quale non avranno alcuna possibilità di rapporto diretto.

Inoltre, accetterà la Città Metropolitana di inserire come elemento imprescindibile per affidamento del servizio che il soggetto aspirante assegnatario dimostri di aver raggiunto la media del 65% di differenziata nei servizi resi precedentemente in altri ambiti e in altri comuni?

Tale requisito escluderebbe di fatto la possibilità per l’Amiu di partecipare alla gara, visti i bassissimi livelli di differenziata raggiunti nel Comune di Genova; ma si teme che la richiesta venga aggirata con meccanismi tipo Ati (associazione temporanea di imprese) associando, almeno formalmente, alla municipalizzata genovese altre imprese dotate del requisito. Ricordiamo ai nostri lettori che c’è una relazione diretta tra costo del servizio e livello di differenziata raggiunto, nel senso che chi fa più differenziata meno paga.

Tutta la vicenda richiama purtroppo, come ricordato all’inizio, l’estrema e strutturale sofferenza di rapporti tra Comuni del Tigullio e Città Metropolitana; e ancora una volta sottolinea i pessimi risultati di una legge sbagliata, la riforma Del Rio, ed il ripetersi di situazioni di gravi conflitti di interessi tra enti programmatori e enti gestori che spesso coincidono: vedi non solo la vicenda della rumenta, ma anche quella dei depuratori.

Come ha scritto su queste pagine poco più di un anno fa il compianto e indimenticato Beppe Pericu, grande amministrativista e grandissimo Sindaco di Genova, “…il nodo problematico è costituito dal rapporto tra il Comune capoluogo e gli altri comuni ricompresi nell’Area metropolitana: di fatto si registra un ruolo prevalente del primo tale da incidere sulla capacità di rappresentare e soddisfare le istanze dei propri cittadini da parte degli altri comuni. Si starebbe determinando un vero e proprio deficit di rappresentanza democratica”.

E ancora:  “…se sono sottratte ai comuni le scelte sui servizi più significativi e se nel contempo li si pone in una posizione sottordinata in rapporto alla definizione del proprio sviluppo è evidente che i comuni che restano minoritari vedono lesa gravemente la loro autonomia, la capacità di rappresentanza della società”.

Profetico e puntuale, Pericu, nell’analisi della crisi, dalla quale bisogna sforzarsi di uscire.

Le elezioni prossime dell’Assemblea della Città Metropolitana devono essere l’occasione per discutere del tema generale del rapporto sofferente tra Città Metropolitana e Comuni del Tigullio; e gli eletti del Tigullio dovrebbero mettere nel loro programma l’impegno a far valere le ragioni di un’area che per storia, per economia, per problemi sociali è completamente diversa dal capoluogo e ha altri interessi.

È chiaro che senza una forte e unitaria iniziativa dei Comuni del Tigullio e dei loro rappresentanti non si va da nessuna parte. E l’iniziativa deve essere basata su idee e proposte.

Deve partire un movimento autonomista e secessionista per ottenere il rispetto e la considerazione dovuti?

Non si creda che non sia possibile che moltissimi cittadini del Tigullio, stufi dell’essere considerati una colonia, siano capaci di avviarlo e sostenerlo.

Beppe Pericu, sempre nello scritto che ci onorò di pubblicare su ‘Piazza Levante’ in tema di crisi dell’istituzione delle Città Metropolitane, suggeriva che “con riguardo alla realtà genovese potrebbe essere molto utile la valorizzazione delle norme statutarie che consentono l’individuazione all’interno del territorio metropolitano di zone omogenee cui riservare progettazione e gestione dei servizi in termini più congeniali alle peculiarità locali. Una prospettiva in questa direzione ha un senso se non ci si limita al solo disegno pianificatorio ma si crea una governance dotata di un’adeguata autonomia sia pure in spazi di competenza delimitati”.

Tale autonomia, almeno su ambiti delimitati, di sicuro avrebbe consentito di affrontare meglio non solo la vicenda dei rifiuti, ma anche altre che in questi anni hanno mortificato il Tigullio, come quella del Tribunale, dei trasporti, della Diga Perfigli, dell’edilizia scolastica e tante altre ancora rispetto alle quali le posizioni della Città Metropolitana e delle comunità locali sono andate in rotta di collisione.

L’unico momento di convergenza è stato il tunnel della Fontanabuona, perché Bucci vi ha intravisto un forte interesse di Genova a proposito della costruzione di un primo elemento della Gronda di levante e della realizzazione di quella ‘ridondanza’ di collegamenti che giustamente il sindaco di Genova vede  come una soluzione dei drammatici problemi della mobilità ligure.

Gli amministratori del Tigullio dichiaratamente hanno sperato nella funzione di equilibrio della Regione e del suo Presidente.

Ma la Regione e il suo Presidente non hanno fatto mai nulla per correggere questo squilibrio, e così è stato anche rispetto alla vicenda rifiuti. Si ha la sensazione che Toti sia convinto della bontà di un approccio che potremmo definire di ‘neo-centralismo regionale’, tendente a privilegiare presunte sinergie da accentramento ed economie di scala piuttosto che il decentramento e il coinvolgimento delle comunità locali, che a noi sembra un approccio ben più moderno e comunque fondamentale soprattutto in una regione difficile come la Liguria.

Ma la questione vera riguarda Bucci. Il Sindaco di Genova è un uomo intelligente e un amministratore capace e apprezzato dai suoi concittadini, come si è visto con la rielezione al primo turno di qualche mese fa.

Possibile che non si renda conto che il Tigullio non c’entra niente con la metropoli e che quindi bisogna trovare un nuovo modello di relazioni con quella comunità?

Possibile che si accontenti di rivendicare e esercitare il potere assoluto che una legge sbagliata gli dà, piuttosto che guadagnarsi anche nel Tigullio consenso e autorevolezza con la strada del dialogo e del confronto?

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