Home editoriale Una crisi assurda provocata dal partito di Conte e sfruttata dalla destra. Il Pd al bivio tra riformismo e populismo

Una crisi assurda provocata dal partito di Conte e sfruttata dalla destra. Il Pd al bivio tra riformismo e populismo

da Alberto Bruzzone

(r.p.l.) Stiamo vivendo una crisi di governo assurda, provocata da un partito in grave difficoltà come il M5S, o almeno di ciò che ne resta (il Partito di Conte), il quale invece di pensare agli interessi del Paese spara su Draghi e sul governo in carica e spera di preparare le elezioni dall’opposizione cercando di recuperare qualche punto percentuale.

C’è qualche intellettuale, qualche grande vecchio, che spinge i pentastellati su questa strada. Il sociologo De Masi ad esempio, richiesto se ritenga la rottura definitiva, ha risposto: “Credo di sì. Se ora il M5S esce dal governo e fa rientrare Di Battista, Conte recupera anche 2-3 punti. Non sarebbe un’operazione stupida”.

E così nel bel mezzo di una guerra, di una situazione internazionale estremamente complessa, di una crisi economica che colpisce famiglie e imprese e che ha nell’energia il suo punto più acuto, con una pandemia non ancora alle spalle, con il lavoro sul Pnrr ancora da completare per poter portare a casa tutti gli ingenti finanziamenti previsti per l’Italia, invece di stringersi attorno all’interesse nazionale e riconoscerlo senza tentennamenti si gioca con la crisi alle spalle del Paese per qualche voto in più.

L’irresponsabilità di Conte e compagni, in preda al caos dopo la scissione di Di Maio, è il suggello dell’esperienza tragica fatta dal M5S in questa legislatura nella quale, pur avendo governato con tutte le formule possibili (prima M5S-Lega, poi M5S-Pd e altra sinistra, poi unità nazionale con Draghi) ha dato prova di assoluta incapacità di gestione della cosa pubblica, è esploso alla prova del governo e ha continuato a perdere consensi inesorabilmente. Questo disastro è anche la conseguenza del personale politico messo in campo, totalmente inventato, senza alcuna esperienza, e tranne rare eccezioni di una mediocrità assoluta, all’insegna dell’uno vale uno.

Una legislatura sciagurata, iniziata all’insegna del populismo, degli slogan antieuropei, di provvedimenti forse necessari ma totalmente mal strutturati come quota cento, il reddito di cittadinanza e il superbonus del 110%.

Il governo Draghi è nato per debellare l’emergenza del Covid e per assicurare l’arrivo dei soldi del Pnrr con l’impostazione e l’avvio delle riforme messe come condizione dall’Europa. Il governo Draghi ha riportato l’Italia nel quadro storico delle sue alleanze internazionali europeo e atlantico. Ha iniziato l’opera di riforme strutturali profonde di cui il Paese ha grande necessità e ha rifuggito da ogni forma di demagogia e populismo.

L’Italia ha un estremo bisogno di modernizzazione nelle infrastrutture, nella Pubblica Amministrazione, nella scuola, nella sanità, nell’avvio di un razionale piano di transizione energetica. Il governo Draghi ha posto queste esigenze al centro della sua agenda.

I 5S sono stati in questi anni l’esatto contrario della modernizzazione necessaria, opponendosi a tutto dalla TAV al TAP alla Gronda di Genova e oggi al termovalorizzatore di Roma, sepolta dalla monnezza, che ha costituito una delle ragioni della crisi.

Una legislatura che ha avuto soltanto nel Presidente della Repubblica riconfermato Sergio Mattarella il suo punto di forza, di razionalità e di equilibrio.

È per questa ragione che da più parti, a livello nazionale e internazionale, si sono levati voci ed appelli affinché Draghi rimanga dove è e completi da qui alla fine della legislatura il lavoro da fare nell’interesse del Paese. E questi appelli e voci hanno indotto il Presidente del Consiglio a non ritenere le sue dimissioni irrevocabili ma a ritornare in Parlamento per verificare se un nuovo patto di fiducia è possibile.

Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà l’esito della crisi.

Anche ‘Piazza Levante’ comunque, senza se e senza ma, si iscrive al partito che vuole Draghi alla guida del Governo fino alla fine della legislatura. Vedremo.

La preoccupazione è alta perché si ha la sensazione che Salvini ossessionato dalla concorrenza della Meloni e convinto che il centro destra alle elezioni vincerà potrebbe forzare impedendo di trovare una soluzione alla crisi sfruttando cinicamente e opportunisticamente il disastro creato dai 5S. E si ha pure la sensazione che Berlusconi e Forza Italia non abbiano la forza di contrastarlo.

Oggi ci interessa però svolgere un’altra riflessione.

A noi sembra che il problema in prospettiva non sia il M5S, comunque destinato a un forte ridimensionamento politico, ma piuttosto chi, in questi ultimi anni, ha individuato nel M5S un alleato ‘incontournable’, come direbbero i francesi, senza il quale era impossibile costruire un’alleanza in grado di opporsi al centrodestra.

Stiamo naturalmente parlando del Pd e soprattutto di quelle tendenze al suo interno, tutte di antica provenienza comunista, che sono arrivate a definire Conte “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”. Si veda al riguardo un’intervista del 2019 al ‘Corriere della Sera’ dell’allora segretario in carica Nicola Zingaretti; o il fatto che per un lungo periodo, quando era premier del governo giallorosso, Conte ebbe come consigliere occulto Goffredo Bettini; o ancora il fatto che sui territori i più tetragoni sostenitori dell’alleanza con il M5S siano stati esponenti provenienti da quella esperienza politica, come qui da noi in Liguria il ministro del Lavoro Orlando.

Anche se oggi alcuni di quegli stessi protagonisti hanno cambiato opinione a proposito di Conte e del M5S, è necessario sottolineare che fino a qualche settimana fa, ancora alle recenti elezioni amministrative, la linea è stata quella di cercare a tutti i costi l’accordo con Conte e il M5S; il che ha portato a sconfitte e delusioni cocenti, altro che campo largo.

La recente scissione di Di Maio e le ulteriori uscite possibili di parlamentari e ministri durante questa crisi non possono non porre al Pd la questione: chi sono oggi i 5S? Chi rappresentano? Quanto contano e quanto conteranno davvero alle prossime elezioni politiche?

Purtroppo non pare esserci nessuna seria riflessione e nessun dibattito al riguardo, ed in particolare nessuna autocritica su una politica sbagliata e fallimentare condotta nei confronti dei pentastellati da parte del Pd in questi anni. Sembra prevalere un tatticismo sganciato dai principi e dai valori.

Una volta, quando i partiti erano una cosa seria, i gruppi dirigenti venivano selezionati anche sulla base della linea politica sostenuta e dei suoi risultati. Se la linea era sbagliata e portava alla sconfitta i suoi sostenitori venivano normalmente sostituiti da altri più credibili nel nuovo approccio.

Nel Partito Democratico nessuno sembra mai pagare il conto dei propri errori.

E ciò in definitiva è conseguenza del correntismo che lo asfissia, e dell’ambiguità congenita di quel partito che non ha mai chiarito fino in fondo la sua opzione strategica: essere l’aggregatore dei riformisti, essere il partito della modernizzazione del Paese, guardare ad alleanze organiche con quelle forze che consentirebbero la costruzione di un nuovo centrosinistra solido sui programmi e sulle idee, o essere invece l’indistinto e confuso contenitore delle tendenze di una sinistra anche vetero segnata da populismo e conservatorismo?

Le posizioni del Pd anche recentemente hanno oscillato tra queste opzioni: saldamente occidentale sul tema delle  alleanze internazionali e del sostegno all’Ucraina, ma incredibilmente demagogica ad esempio sulla questione della transizione energetica, su cui Letta, senza alcun serio dibattito e confronto all’interno e all’esterno ma, si dice, seguendo soltanto le indicazioni dei sondaggi, ha optato per le tendenze europee più demagogiche ed estremiste: vedi in occasione del voto del Parlamento europeo sulla cosiddetta ‘tassonomia’, la classificazione della sostenibilità degli approvvigionamenti energetici.

Anche in Liguria gli errori politici del P e del suo esponente locale più importante,  Andrea Orlando, sono sotto gli occhi di tutti: una sconfitta dietro l’altra negli ultimi cinque anni perdendo la Regione e città tradizionalmente di sinistra come Genova e La Spezia.

Si inizia dalle Regionali del 2017, nelle quali invece di appoggiare con convinzione la candidata riformista Raffaella Paita, vincitrice delle primarie, non  iesce a governare una diaspora a sinistra di cui non si capisce l’origine e manifesta espresso sostegno a Cofferati contro Paita, tanto facendo da regalare la Regione ad un incredulo centro destra guidato da Toti.

Si continua con le elezioni comunali di Genova, dove si registra una cocente sconfitta contro Bucci che batte senza difficoltà il candidato Pd, riportando dopo moltissimi anni la città nelle mani di uno schieramento di centro destra e si perde in rapida sequenza anche La Spezia anch’essa città tradizionalmente di sinistra. Nel 2021 alle Regionali, sull’altare della love story con il M5S, e in odio a qualunque accordo con i riformisti, si sceglie come candidato quello sostenuto dal ‘Fatto Quotidiano’, Ferruccio Sansa, che perde malamente contro Toti e di cui dopo appena un anno di opposizione si sono perse le tracce.

Le recenti elezioni comunali di Genova sono una nuova débâcle contro un Bucci al secondo mandato sempre più civico e sempre meno vincolato ai partiti del centro destra. Viene scelto un candidato moderato, Ariel Dello Strologo, ma la coalizione è sempre la stessa, con il M5S e altri gruppetti e gruppuscoli di estrema sinistra che rifiuta ogni serio confronto con i riformisti.

Il candidato è così condizionato dallo schieramento che lo sostiene dal non riuscire neanche a dire in campagna elettorale che è favorevole alla Gronda!

Sconfitte su sconfitte, nessuna seria riflessione autocritica, neppure uno straccio di ipotesi per uscire dalla crisi e su come essere competitivi con il centro destra, generici rinnovamenti di gruppi dirigenti sganciati da ogni seria discussione politica. Tutto immobile, in definitiva, e nessuno che paghi mai il conto delle sconfitte.

Noi di ‘Piazza Levante’ speriamo che Draghi resti e che, nell’interesse del Paese, si voti a maggio del 2023, alla scadenza naturale della legislatura.

Ma se si andasse al voto anticipato non è affatto chiaro quale opzione sceglierà il Pd, e se mai riuscirà a sciogliere il nodo tra riformismo e populismo. Nel primo caso c’è qualche speranza di poter giocare una partita competitiva contro il centro destra, nel secondo un’altra cocente sconfitta è inevitabile.

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