Home Attualità Un’altra plastica è possibile? La risposta è sì: ma sulla produzione di bioplastiche occorre avere molta cautela e le tempistiche sono ancora lunghe

Un’altra plastica è possibile? La risposta è sì: ma sulla produzione di bioplastiche occorre avere molta cautela e le tempistiche sono ancora lunghe

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Negli ultimi quarantacinque anni, la produzione mondiale di plastica è passata da quindici milioni di tonnellate all’anno a quasi quattrocento milioni di tonnellate all’anno. Un recente studio apparso su ‘Pnas’, ovvero il ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’, una delle principali riviste scientifiche degli Stati Uniti, ha evidenziato quanto ormai la situazione dell’inquinamento da plastica abbia raggiunto livelli altamente drammatici.

La plastica, infatti, è il terzo materiale prodotto dall’uomo più diffuso sulla Terra. Ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di plastica finiscono negli oceani e si presume che, in totale, se ne siano accumulati nei fondali milioni di tonnellate. La plastica, insomma, è diventata parte integrante e soprattutto contaminante dell’ambiente: le tracce di questo materiale sono ovunque, dai ghiacciai artici alle profondità degli abissi oceanici, ma l’aspetto che deve preoccuparci maggiormente è che le microplastiche sono entrate nella catena alimentare di pesci, uccelli e mammiferi, e quindi sempre più spesso le troviamo nel cibo dei nostri piatti.

La domanda che sorge spontanea è: un’altra plastica è possibile? Esiste una via alternativa a tutto questo? Esiste la possibilità di produrre della plastica che sia ecologica e biodegradabile? Ci sono esperti e scienziati che proprio su questo fronte stanno concentrando tutta la loro attenzione e tutte le loro risorse.

Tra di loro, c’è anche Paola Stagnaro, ricercatrice e responsabile della sede di Genova dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche ‘Giulio Natta’ del Cnr, ovvero il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Insieme al suo team, si occupa di studiare la possibilità di realizzare nuovi materiali plastici aventi caratteristiche chimico-fisiche meno impattanti sull’ambiente rispetto a quelle attuali.

“Oggi – racconta – gran parte della nostra attività nei laboratori genovesi è dedicata al design, formulazione e sviluppo di nuovi materiali multicomponente a matrice polimerica con prestazioni ottimizzate, ottenuti mediante sintesi mirate o attraverso varie tecniche di fabbricazione, in particolare tecniche di lavorazione nel fuso, quindi green, perché non prevedono uso di solventi organici. Tra i vantaggi dei materiali polimerici, comunemente le plastiche, ci sono appunto il loro comportamento plastico, cioè la possibilità di essere facilmente lavorati, processati, a temperature notevolmente più basse di quelle necessarie alla lavorazione di altre tipologie di materiali, come i metalli”.

Obiettivo della ricerca è quello di “combinare le buone caratteristiche dei singoli componenti e così ottenere nuovi materiali ‘multicomponente’ a base polimerica con proprietà migliorate, diversificate o modulate, nonché mirate all’applicazione desiderata. A questi si aggiungono materiali da fonti biorinnovabili, cariche e rinforzi di origine naturale, materiali da riciclo, materiali biodegradabili e compostabili. A livello mondiale, tanti studi sono in corso su questi aspetti”.

Paola Stagnaro ricorda che “le nostre ricerche si concentrano su materiali innovativi e sostenibili quali materiali compositi e nanocompositi per l’industria (ad esempio pneumatici, automotive e navale) e il risparmio energetico (materiali per accumulo o cattura dell’energia), miscele polimeriche per l’imballaggio sicuro di alimenti, valorizzazione di scarti agro-alimentari e industriali per materiali a elevato valore aggiunto e soluzioni ecosostenibili. L’approccio allo studio dei materiali multicomponente richiede competenze multidisciplinari, nonché la capacità del chimico di interagire anche con altre figure professionali, quali l’ingegnere, il fisico, il biologo. Noi siamo un piccolo gruppo di ricerca, ma collaboriamo attivamente con altri gruppi di ricerca all’interno del nostro istituto, con altri istituti del Cnr, con le università, ovviamente quella di Genova, ma anche con Milano Bicocca, Milano Politecnico, Università di Firenze e con università straniere, e pure realtà del territorio quali i poli di ricerca e innovazione regionali e aziende del settore della produzione, trasformazione e utilizzo dei materiali polimerici”.

La risposta, quindi, è sì: un’altra plastica è possibile. Però, raccomanda Paola Stagnaro, “sul tema delle cosiddette bioplastiche occorre fare dei distinguo. Le bioplastiche compostabili sono in grado di biodegradare, in ambiente controllato, in tempi relativamente brevi. Il dibattito sui vantaggi derivabili da questi materiali è molto acceso e ancora molta confusione rimane non solo sul concetto di plastica e bioplastica, ma anche sui concetti di biodegradabilità e compostabilità, di riuso, riciclo e recupero. Dobbiamo tener conto che sono studi complessi, la produzione di bioplastiche è ancora molto limitata”.

La domanda principale da cui partire è senz’altro: che cos’è la bioplastica? Secondo la definizione data dalla ‘European Bioplastics’, si tratta di un tipo di plastica che può essere biodegradabile, a base biologica o possedere entrambe le caratteristiche. In effetti, vanno anche distinte le fonti di partenza utilizzate per la realizzazione di questo tipo di materiale, che possono essere rinnovabili (mais, alghe, scarti vegetali) o fossili (petrolio). Inoltre, esiste un terzo gruppo sempre più popolare formato dalle plastiche tradizionali non biodegradabili ma prodotte da risorse rinnovabili anziché da combustibili fossili: il polietilene verde, ad esempio, è realizzato a partire dall’etanolo e, con un processo di fermentazione da materiale organico, viene convertito in etilene polimerizzato.

In sintesi, la bioplastica può: derivare (parzialmente o interamente) da biomassa e non essere biodegradabile; derivare interamente da materie prime non rinnovabili ed essere biodegradabile; derivare (parzialmente o interamente) da biomassa ed essere biodegradabile.

Spesso si tende a considerare le bioplastiche compostabili e le bioplastiche biodegradabili come sinonimi, ma ci sono differenze sostanziali. Tutti questi polimeri, infatti, possono avere origine sia da fonti rinnovabili sia dal fossile.

Bioplastica compostabile e bioplastica biodegradabile però non sono la stessa cosa. La compostabilità è una proprietà ben definita che viene testata e valutata secondo prove e parametri standardizzati e un materiale è compostabile quando può essere conferito nei rifiuti organici (o umido), perché capace di trasformarsi mediante compostaggio insieme all’umido in compost.

È invece bioplastica biodegradabile un materiale che ha la capacità di essere degradato e alla fine scisso, in modo naturale e grazie all’azione enzimatica di microorganismi, in sostanze più semplici quali anidride carbonica, acqua e metano, senza che durante il processo siano rilasciate sostanze inquinanti. La biodegradazione è un processo naturale per cui tempo e modalità sono strettamente correlate alle caratteristiche della materia prima.

Eppure, le bioplastiche hanno pure degli svantaggi: il principale è il costo di produzione, che limita la crescita di questo settore, ostacolato sia dalla concorrenza della plastica tradizionale sia dal rischio di deforestazione, che va gestito con normative apposite. Altro punto di svantaggio è che per realizzare una buona bioplastica serve generare un prodotto con caratteristiche costanti, mentre le tante materie prime utilizzate ad oggi non garantiscono questa uniformità chimica.

Ci sono quindi ancora molti passi da fare, come ricorda anche Paola Stagnaro. Nel frattempo, è necessario assumere un atteggiamento differente rispetto alla plastica tradizionale. “La discussione su come risolvere l’accumulo di plastica nell’ambiente è in atto da tempo – conclude la ricercatrice del Cnr – e coinvolge una pluralità e complessità di aspetti. L’idea semplicistica di un mondo ‘plastic-free’ è difficilmente attuabile, anzi probabilmente incompatibile rispetto all’odierno modo di vivere. Non è il materiale in sé che costituisce un problema ambientale, ma il modo in cui viene gestito: dalla produzione, all’utilizzo e al post-consumo. Occorrono dunque delle strategie basate sui concetti di sostenibilità ed economia circolare: riduzione, cioè evitare di produrre e usare oggetti in plastica laddove non è necessario; riuso, nel senso che lo stesso articolo può essere usato più volte per lo stesso o un altro scopo; riciclo, meccanico mediante macinazione e rilavorazione o chimico, per riottenere i monomeri di partenza; recupero, energetico mediante termovalorizzazione; riprogettazione dei materiali, di prodotto, in un’ottica globale di eco-design. Ma, soprattutto, serve una reale e concreta assunzione di responsabilità, da parte di tutti noi. È necessario il coinvolgimento di tutti: produttori, trasformatori, consumatori, consorzi, istituzioni, legislatori, per una sensibilizzazione a ogni livello. In definitiva, avere consapevolezza che il vero problema non è la plastica in sé, ma l’uso che noi ne facciamo”. Ricerca quindi, ma anche più coscienza collettiva: due aspetti che devono andare di pari passo.

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