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La vittoria di Macron è una vittoria dell’Europa

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

La vittoria di Macron alle elezioni presidenziali francesi è un fatto importantissimo non solo per la Francia ma anche per l’Europa intera, e quindi anche per il nostro Paese.

Il rischio che la Francia si ritrovasse, in un momento così difficile, un presidente antieuropeista con tutte le conseguenze del caso, è stato reale.

Raramente un presidente uscente ottiene la rielezione in Francia (se ricordo bene ce la fece, prima di Macron, soltanto il socialista Mitterand) e in questo caso invece il giovanissimo presidente francese, che ultimerà il secondo e ultimo mandato che la legge gli consente prima ancora di aver compiuto 50 anni, ha avuto un’affermazione piena con quasi il 60% dei consensi.

Vittoria bella e forte, checché se ne dica. Forte per i numeri, bella perché le prime dichiarazioni del Presidente sono improntate all’umiltà e all’impegno di occuparsi intensamente di quella parte di francesi che probabilmente non l’ha votato ma che soffre di più, che si trova ai margini e che ha alimentato il malessere che affligge nel profondo la società francese, un malessere che va assolutamente curato.

I valori democratici, la fiducia nello Stato, il sogno europeo non possono essere esclusivo patrimonio delle classi dirigenti ma devono conquistare il consenso e il sostegno anche del popolo. Non si possono lasciare i più deboli e marginali preda della propaganda populista, sovranista e di destra.

La lezione francese è che le tendenze sovraniste e populiste possono essere battute come era già avvenuto alle elezioni europee del 2019.

Ancora una volta Macron, come era successo già cinque anni fa, ha battuto il candidato della destra Marine Le Pen, la quale, pur significativamente finanziata da Putin negli ultimi anni e cresciuta nei consensi rispetto alle precedenti elezioni, non è riuscita a vincere. La Le Pen proponeva di fatto un’uscita della Francia dall’Unione Europea e la sua vittoria avrebbe rappresentato la fine della costruzione europea stessa. L’averla sconfitta, come ha fatto il giovane presidente francese, ha salvato l’Europa e ha dimostrato che nei Paesi fondatori dell’Unione le destre sovraniste e populiste e gli amici di Putin non passano.

Mi hanno colpito le reazioni alla vittoria di Macron che si sono registrate in Italia. Accanto alle espressioni di soddisfazione del Presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio e di molti esponenti politici come Letta, Renzi, Calenda, Brunetta e tanti altri, una parte consistente, anche se non maggioritaria, di commentatori ha dato spazio a interpretazioni critiche e diffidenti. Quasi che la vittoria non fosse importante come in realtà è e come se avesse dell’inspiegabile.

Si è letto che Macron non è empatico anzi risulta antipatico ai più; che al primo turno ha preso pochi voti; che sono stati tanti gli astenuti; che la sua vittoria è solo merito del sistema elettorale.

Occorre dire che per un antipatico e non empatico prendere il 60% dei consensi non è male!

L’ineffabile professor Montanari, ospite fisso de La7, quello che vuole far arrendere gli ucraini, che pretende di decidere se è lecito che si difendano o no dall’invasore ed è contrario a che l’Occidente li aiuti a difendersi, è arrivato a dire che con la sconfitta della Le Pen la Francia si è evitata la peste ma che con la vittoria di Macron si è presa il colera.

C’è in Italia una tendenza minoritaria, ma alimentata da intellettuali e professoroni, che non riesce a digerire il valore e il primato delle democrazie occidentali, sia pure con tutti i loro limiti, rispetto alle autocrazie e dittature che albergano in varie parti del mondo.

Sono i sacerdoti del “né, né”, quelli che nella vicenda ucraina non distinguono tra aggrediti e aggressori, che dicono che il Presidente Zelensky, ebreo eletto con il 70% dei consensi, è alla testa di un regime nazi-fascista; sono quelli che dicono che sui massacri di Bucha ci vuole un’inchiesta internazionale indipendente, che alle manifestazioni del 25 aprile contestano il segretario del Pd Enrico Letta definendolo “un servo della Nato”, che contestano nelle stesse manifestazioni le bandiere americane o lo sfilare della brigata ebraica. Sono quelli che a Reggio Emilia hanno messo fuori dal corteo del 25 aprile Italia Viva e + Europa perché da qualche parte non hanno voluto appoggiare il candidato di sinistra alle elezioni amministrative.

Minoranze che se non sono violente hanno il diritto di dire ciò che vogliono ma che trovano sempre attenzione nell’ambiguità congenita di certa sinistra e di certi intellettuali.

Macron in Francia, così come Draghi in Italia, è l’espressione di quel potere basato su competenza e merito e sulla fiducia in un mercato non selvaggio ma controllato e regolato nell’interesse pubblico. Il capitalismo dal volto umano, profondamente radicato nelle democrazie occidentali disturba enormemente gli ideologi della fine del capitalismo. Alla vecchia teoria marxista sempre più spesso si sostituisce l’escatologia pseudo-religiosa di un ambientalismo estremo che odia l’impresa e la vede fonte di ogni male. Antioccidentalismo come se tutte le colpe del mondo dovessero ricadere sull’Occidente, decrescita felice, disconoscimento del valore della conoscenza e delle competenze, complottismi no-vax ,sono le tendenze di un populismo che nel nostro Paese ha avuto l’apice nel governo M5S-Lega del 2018.

Dal quel momento difficile per l’Italia e per l’Europa, grazie anche alla saggezza del Presidente Mattarella (impeccabile anche sulla vicenda del conflitto russo-ucraino, sulla legittimità della resistenza armata ucraina e degli aiuti militari dell’Occidente) molti passi avanti si sono fatti contro un populismo senza prospettiva. Il più importante è stata certamente la nomina di Mario Draghi premier, ma anche il fatto che nella Lega e nel M5S (basti pensare alle posizioni di Giorgetti e di Di Maio) si siano fatti strada atteggiamenti più consapevoli e responsabili verso l’Europa e la collocazione atlantica del nostro Paese.

La vittoria di Macron rinforza queste tendenze e rinfocola la speranza che l’Europa vinca tanto la sua battaglia interna contro populismi e sovranismi fuori dalla storia quanto quella esterna contro chi la minaccia.

La sfida che l’Europa ha dinanzi è duplice ed estremamente impegnativa: ricostruire un patto sociale capace di essere inclusivo e di prendersi cura dei più deboli e sofferenti da un lato, fronteggiare dall’altro il neo-imperialismo russo destinato a minacciare la frontiera più orientale dell’Unione. La nostra politica estera non può che partire dall’alleanza con gli Usa, ma questa alleanza va gestita con autorevolezza e consapevolezza dei propri interessi.

Anche per questo la rielezione di Macron è un grande regalo per tutti noi.

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