Home editoriale La guerra cambia il mondo. La priorità sarà la sicurezza e la strategia. Difendere con orgoglio i valori dell’Occidente

La guerra cambia il mondo. La priorità sarà la sicurezza e la strategia. Difendere con orgoglio i valori dell’Occidente

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

La situazione in Ucraina diventa ogni giorno più grave perché stiamo assistendo ad un’escalation dell’aggressione russa. Non essendo riuscito a fare quello che si era proposto, e cioè una trionfale invasione di pochi giorni, con la destituzione di Zelensky nell’ipotesi (infondata) di nessuna resistenza da parte degli ucraini, Putin vuole a tutti i costi una vittoria sul campo che finora non c’è stata, e  sta riconcentrando truppe sovrastanti a est per conquistare il Donbass.

Se è vero che Alexander Dvornikov sarà il nuovo generale al comando delle truppe russe non si tratta proprio di una buona notizia per i civili, per le città dell’Ucraina, per le infrastrutture del Paese. La strategia che questo generale ha impiegato quando era comandante in campo in Siria è molto semplice: bombardare senza sosta e a tappeto, distruggere i centri abitati e le infrastrutture, fare terra bruciata senza alcun ritegno verso la popolazione civile per poi prendere possesso delle città ormai ridotte in macerie fumanti.

Un po’ quello che già sta succedendo a Mariupol, il grande porto ucraino sul mare di Azov, dove, nonostante la strenua difesa dei combattenti ucraini, ormai asserragliati nei tunnel e nelle gallerie della grande acciaieria di Azovstal, la città è in procinto di cadere. Si parla di decine di migliaia di morti provocati dagli incessanti bombardamenti russi e dai durissimi combattimenti. Si teme che nelle città del Donbass, a partire dalla capitale Donetsk, accada lo stesso.

La ferocia dell’assalto russo rispecchia probabilmente anche la frustrazione paranoica dell’autocrate di Mosca, che non avendo ottenuto alcunché dopo 50 giorni di guerra, vive la situazione odierna come una sconfitta. Gli ucraini resistono eroicamente, difendono la patria con coraggio e determinazione chiedono all’Occidente ancora più armi per respingere l’aggressore. Aver resistito per più di sette settimane di fila, con questo coraggio e determinazione, aver difeso il Paese e le sue istituzioni democratiche a partire dal presidente, ricordiamocelo votato da più del 70% dei cittadini, dà agli ucraini un’enorme motivazione a continuare senza fare alcuna concessione territoriale.

La diplomazia non riesce ad arrivare ad alcunché e Putin non sembra neanche disposto a concedere temporanei cessate il fuoco necessari per realizzare corridoi umanitari come ha dimostrato l’ultimo incontro con il Cancelliere austriaco Karl Nehammer, vuole la resa degli ucraini e basta e questo bisognerebbe farlo capire a tutti quelli che, qui da noi, continuano a dire che non si devono dare aiuti militari alla resistenza ucraina e a parlare di imporre la pace con la diplomazia. Ma come?

La realtà tragica che abbiamo davanti è quella di un conflitto che probabilmente si prolungherà nel tempo con il rischio di un’ulteriore escalation provocata dalla strategia russa che sembra restare quella di voler infliggere almeno gravi mutilazioni territoriali all’Ucraina: tutto il Donbass, tutta la striscia che collega sul mare di Azov e il Donbass alla Crimea per giungere forse fino ad Odessa impedendo così qualunque accesso al mare dell’Ucraina stessa e distruggendo così gran parte della sua economia.

Si dice giustamente che questa guerra cambia il mondo. E ciò è vero soprattutto per noi europei che mai e poi mai avremmo immaginato di avere alle porte di casa una minaccia così grave come quella del rinascente imperialismo russo.

Privi di un esercito comune degno di questo nome, ci siamo adagiati comodamente sotto l’ombrello di protezione americano e della Nato senza il quale oggi saremmo completamente indifesi dinanzi alla minaccia russa. Abbiamo pensato a una pace comoda e infinita.

Purtroppo non è così e le vicende anche economiche di questi giorni dimostrano che nulla è gratis e che essere finiti in una completa dipendenza energetica dalla Russia soprattutto per alcuni Paesi come Austria, Germania e Italia è stata un’autentica follia.

Cambierà il modo di concepire il mondo.

Se nell’era della globalizzazione spinta è sembrato che tutto ruotasse intorno all’economia, alle convenienze degli scambi e delle produzioni nei paesi più competitivi, alle specializzazioni guidate dai vantaggi naturali e comparati, prescindendo da ogni altra questione, l’era che ci sta dinanzi sarà probabilmente un’era dominata dalle esigenze di sicurezza e strategiche.

Gli scambi avverranno principalmente tra cluster di Paesi reciprocamente affidabili dal punto di vista della democrazia e delle istituzioni, le catene logistiche si accorceranno per garantire la certezza degli approvvigionamenti, produzioni strategiche come quelle dei conduttori elettronici, delle apparecchiature biomedicali, dei beni alimentari si rilocalizzeranno tornando se possibile nei Paesi dell’Occidente con un processo che viene definito di reshoring.

L’industria manifatturiera per tanto tempo considerata, soprattutto in Europa, da correnti di pensiero improntate a estremismo finanziario, mercatista e ambientalista se non proprio una Cenerentola certamente non come una priorità, tornerà in auge e bisognerà essere capaci di nuove politiche industriali in grado di coniugare esigenze di sicurezza ambientale (decarbonizzazione) ed esigenze di sicurezza strategica.

La guerra russo-ucraina e la crisi energetica conseguente hanno dimostrato che l’approccio alla decarbonizzazione deve essere affrontato con pragmatismo e razionalità e che nuove religioni ed estremismi ideologici ambientalisti non risolvono i problemi dell’oggi e di domani e hanno un fiato cortissimo. L’indipendenza energetica si otterrà non solo con le rinnovabili ma con un mix di fonti e tecnologie dalle quali il gas nella transizione e domani un nucleare moderno e sicuro non possono essere esclusi.

Crescerà in Occidente la spesa per la sicurezza militare e cibernetica e ci dovremo abituare a fare sacrifici per fronteggiare lo shortage energetico almeno in una fase di passaggio ai nuovi equilibri.

Draghi è stato molto criticato per la frase “dobbiamo scegliere tra la pace e i condizionatori”. Io francamente non capisco il senso della critica.

Mi pare che il premier abbia soltanto ricordato che la sicurezza e la pace non sono gratis e che nei confronti di dittatori che mettono a repentaglio la sicurezza del mondo bisogna avere un comportamento di forte contrasto per impedire loro di fare ancor più male all’umanità.

Non bisogna vergognarsi dei valori e della storia dell’Occidente. Abbiamo certamente fatto errori ma il mantenimento di istituzioni e sistemi democratici ha consentito di evitare tragedie più grandi mostrando che le democrazie sono sistemi molto migliori delle autocrazie e delle dittature. Una delle ragioni per le quali i popoli e le nazioni dell’ex blocco sovietico guardano a Occidente e ne chiedono la protezione è proprio questa.

La storia e la cultura democratica ci insegnano a riconoscere oppressi e oppressori, carnefici e vittime, uomini e donne liberi e schiavi. I nostri padri hanno combattuto il nazi-fascismo con le armi in mano, in molti casi lanciate da inglesi e americani. Il 25 aprile è vicino, i partigiani sono quasi tutti morti e non ci possono dire la loro ma è intollerabile che qualche estremista, sotto la gloriosa bandiera dell’Anpi, dica stupidaggini non comprendendo quale è la reale situazione in cui si trova il popolo ucraino.

I patrioti della Liberazione dell’Italia si rivoltano nella tomba.

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