Home Aziende in vetrina ‘Tomato de Ma’, l’azienda agricola del verziere Pietro Armenante, tra gli ultimi baluardi a difesa della Piana dell’Entella

‘Tomato de Ma’, l’azienda agricola del verziere Pietro Armenante, tra gli ultimi baluardi a difesa della Piana dell’Entella

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Ci sono parole dal suono così accattivante che risultano piacevoli a prescindere da qualsiasi significato venga loro assegnato nel tempo, dall’uso e con l’interpretazione. Una di queste è ‘verziere’, la trasposizione in lingua alta di orto, o giardino o frutteto. La famiglia è quella della verzura, restiamo nel campo – pure semantico- dell’espressione colta per una raccolta, di ortaggi e di definizioni. Il percorso fatto di associazioni mentali ci porta alle coltivazioni di verdura, alle piane sui bordi dei fiumi e al fianco di coste e montagne che ancora macchiano il paesaggio del Tigullio e delle valli del suo entroterra. Per secoli erano la trama e l’ordito del territorio, oggi sono chiazze di settore primario in una zona dove si è abbandonato persino il secondario per consegnarsi anima (dell’ingegno) e corpo (dell’economia) al terziario.

Nel cuore della piana dell’Entella, formatasi sulla sponda sinistra grazie alle esondazioni millenarie del fiume, c’è un’azienda agricola modello, quella che con volo ardito è stata soprannominata il Verziere dell’Entella, una sorta di cellula spazio-temporale che preserva, in maniera indiscutibilmente pura e sana, la crescita e la maturazione di ortaggi tipici. Niente peperoncini guatemaltechi ricreati a temperatura temperata ma lattughe e broccoli nostrani.

Il mago di tale giardino è Pietro Armenante, 30 anni tondi, che percorre la vita a ritmo di carica. In un paese e un’epoca dove i suoi coetanei si baloccano tra dubbi post-adolescenziali e illusioni di eterna giovinezza, ha terminato due cicli di studi superiori – ha frequentato l’Itis G.Natta, ha studiato Biotecnologie Alimentari presso Scuola di Scienze Mfn – Università di Genova e Monitoraggio Biologico sempre presso l’Università di Genova – ha messo su famiglia – sposato con Sara Campodonico e padre di un bellissimo pupo – e creato l’azienda agricola ‘Tomato de Ma’, della quale è proprietario e coltivatore unico. E non ha neppure il fiatone.

“Non me lo posso permettere in questo particolare e delicato frangente. Sono mesi complicati, in generale per quanto sta avvenendo nel mondo, e nel dettaglio qui, dove si trova una parte di quanto ho realizzato, messa in pericolo da decisioni prese sopra le nostre teste”. L’allusione è chiara. Pietro è in prima fila nell’opposizione alla cosiddetta ‘Diga Perfigli’, il progetto presentato nel secolo scorso (e si vede), un’opera per la messa in sicurezza della sponda sinistra dell’Entella, quella di pertinenza del Comune di Lavagna. Un’idea, quella di spazzare via il ‘Seggiun’, il sistema di argini costruito nell’età napoleonica (e che come tutte le opere civili del Grande Corso ha superato brillantemente la prova del tempo) per innalzare barriere di cemento, per bloccare le esondazioni del fiume.

La pratica che la Città Metropolitana ha ereditato dalla defunta Provincia di Genova, che ha perso credibilità con il trascorrere degli anni, che è stata disconosciuta persino dall’amministratore dalla quale prende il nome, che ha contro la feroce opposizione di gran parte dei residenti, le associazioni ambientaliste tutte, diversi amministratori locali, con in testa il sindaco di Lavagna, Gian Alberto Mangiante, va avanti dribblando con protervo decisionismo ricorsi e carte bollate varie.

Pietro allarga le braccia. “Poche settimane fa sono stato tagliato fuori da una parte dei terreni che presi in affitto due anni fa”. All’ombra del Ponte della Maddalena (altra realizzazione bonapartista di comprovato successo, tanto per non sbagliarsi) l’agronomo che traduce in pratica quanto appreso allarga le braccia. “Il contratto di comodato d’uso lascia la decisione ultima al proprietario del fondo. Che ha deciso di acconsentire all’esproprio di una parte, quella dove sono adesso, al lavoro di bulldozer e gru. Una parte del mio lavoro è andato in fumo e faccio fatica ad accettarlo”.

Proprio ora che la sua azienda stava decollando. “La proposta di ‘Tomato de Ma’ è un’offerta globale al cliente: vendiamo frutta e verdura al cento per cento naturale, seminata, coltivata, raccolta e preparata per il banco senza ricorrere in nessun momento alla chimica. Prodotti targati Km 0. Tutto quanto serve è qui vicino al Ponte della Maddalena. La filiera corta permette di non scaricare alcun costo aggiuntivo sul prezzo finale e, ancora più importante, non interessare mezzi inquinanti”.

Una diversità degna di un… verziere. Il lemma capostipite, l’aggettivo-sostantivo ‘verde’, riveste con una patina di ecologia qualunque ragionamento sull’ambiente che ci circonda, in questo caso è sostanza, non fumo negli occhi. “I miei raccolti incontrano il favore di un pubblico molto più vasto di quanto immaginassi, e lo confesso, sperassi. Gli affari vanno così bene che ho pensato di prendere un altro ‘pezzo’ di territorio, in Val Graveglia, a Frisolino, una frazione del Comune di Ne. Qui il comodato d’uso è di durata venticinquennale, quindi si possono impostare lavori di ampio respiro, programmare sul lungo periodo”.

A differenza di Lavagna, dove il ‘Tomato de Ma’ (tra inglese e dialetto, un piede nella tradizione e la testa nel futuro…) ha sopra di sé una spada di Damocle, forgiata nel capoluogo più che mai patrigno.

“Viviamo a Chiavari, ogni giorno che attraverso l’Entella e vado a lavorare nei miei campi osservo quanto già è stato fatto, o meglio distrutto, e mi viene il magone. Questa è una terra magica, di eccezionale fertilità, andrebbe preservata con cura”. Qui è l’agro-studioso che parla, non il contadino. “In Liguria ci sono pochi posti che possono rivaleggiare con la piana dell’Entella in quanto a fertilità del suolo e qualità e quantità di ortaggi e frutta. Direi le piane di Albenga e la piana di La Spezia, non a caso altre due zone alluvionali”.

In Egitto avevano capito che i fiumi quando escono causano danni ma pagano lasciando sotto il fango… l’oro. “La varietà è notevole. Zucchine, fave, insalate, bietola, rucola, cipollotti, lattughino, cavoli, pomodori e ultimamente persino il grano”.

Quella del grano merita una spiegazione particolare. “L’intento è quello di moltiplicare una semente di grano antico e locale e imparare anche a coltivarlo. In futuro vorremmo realizzare una farina integrale al 100% naturale, macinata con un piccolo frantoio a pietre domestico, in modo da portare ai mercati una farina fresca, ancora viva e piena di vitamine”.

Si rimane a bocca aperta, la si chiude dopo aver appreso che “tutto adesso è in forse. Nella piana ci saranno 150 ortolani per diletto, quelli che io chiamo ‘hobbisti’, e poi siamo in 10 ‘professionisti’. Serve un’azione comune, serve che anche chi non è interessato direttamente o pensa di non esserlo si mobiliti”.

Perché, e qui Pietro cita Carlin Petrini, “il contadino del futuro è un giovane che capisce l’importanza di costruire un’alleanza fra il suo lavoro e i cittadini che rispettano il suo lavoro, riconoscendo un giusto prezzo per i prodotti agricoli, ma esigendo un’attenzione alla qualità e all’ambiente. È questa la strada maestra da proseguire: implementare dialogo, connessione, interazione tra contadino e cittadino, perché nasca un modello che ho definito di co-produzione. Un cittadino cosciente diventa co-produttore e capisce il perché è importante questo tipo di agricoltura. Può farlo partendo da casa propria: ci riapproprieremo della nostra capacità di favorire un’alimentazione sana per la nostra salute e per la collettività solo ed esclusivamente se rafforzeremo le economie locali della produzione alimentare”.

Ed invece si erigono bastioni in cemento, oltretutto di dubbia utilità. La diga sembra essere un argine sgangherato posto con hybris di fronte al flusso della logica, un’isola in una corrente storica che ci dovrà portare altrove da dove ci siamo incagliati o saremo spacciati. Una diga non è un ponte sul quale manager prestati alla politica hanno costruito una leggenda di efficienza che potrebbe rivelarsi più effimera di quanto pensino. Qui il ragionamento è un po’ più complesso: il calcolo dei vantaggi e dei torti va impostato usando metodi scientifici temperati dal rispetto umanistico, quello che non riduce gli individui a numeri. Pietro non è come certi ministri tecnocrati – forse ha pure studiato più di una volta le guerre puniche – e ha compreso che a volte conviene andare indietro (e svoltare dai sentieri stretti e precipitanti del mero profitto) per muoversi in avanti. Si badi bene, nessun estremismo, nessun talebanismo terzomondista thunberghiano: decrescita felice no, rimodulazione sapiente sì. Inoltre sa di cosa parla perché è un tigullino doc. Vedano un po’ lor signori.

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