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Il Mediterraneo, geo/storia di un’idea

da Alberto Bruzzone

di RENATA ALLEGRI *

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo da parte di Renata Allegri, docente universitaria ed esperta in geografia, sul tema del Mar Mediterraneo, che fa seguito all’editoriale intitolato ‘Mediterraneo, area di scambi economici e di culture umanistiche: un viaggio in Tunisia’ a firma del nostro editore, Antonio Gozzi.

Uno spazio articolato
Il Mediterraneo non è solo un vasto specchio d’acqua in mezzo alle terre, sulle cui coste vivono circa 130 milioni di persone distribuite in 25 Stati e dove si contano 584 città, 750 porti turistici e 286 porti commerciali.Si tratta di uno spazio articolato in altri mari interni, con penisole e isole che si configurano come mediatori territoriali tra terra e mare, facilitando così i collegamenti tra gli spazi continentali confinanti, i cui legami si sono declinati in logiche di confronto. Le penisole dividono lo spazio mediterraneo in diversi sottoinsiemi con una maggiore asimmetria tra la sponda settentrionale e la sponda meridionale, poiché è nella prima che sono tutte collocate. Su scala più ridotta, le penisole sono separate da ampie rientranze che individuano altri sottoinsiemi marittimi, come il mar Egeo o il mar Adriatico, o altri mari interni come il Mare di Marmara e il Mar Nero. Ma la divisione più evidente è quella che contrappone il bacino occidentale e il bacino orientale del Mediterraneo, separati dal canale di Sicilia e dalla Penisola italiana. Il ruolo delle isole è poi essenziale nell’articolazione dello spazio, trattandosi di un’estensione di continenti e penisole e dunque, per convenzione internazionale, sono incluse nel calcolo dell’area del Mediterraneo, di cui rappresentano circa il 4%. La loro distribuzione sottolinea ancora l’asimmetria esistente tra le due sponde: come le penisole, sono concentrate principalmente nella sponda settentrionale del bacino.

Il grande numero di isole e penisole ha indubbiamente facilitato le comunicazioni e il commercio nel Mare Mediterraneo sin dall’antichità. I naviganti non distavano mai troppo da una riva che, in caso di maltempo, permetteva loro di trovare facilmente rifugi naturali in cui ripararsi. Si comprende la ragione per la quale la navigazione greca dominava dall’antichità in tutto il Mediterraneo e che Ulisse, durante il suo viaggio, fosse giunto fino alle Colonne d’Ercole, che indicavano lo Stretto di Gibilterra. Da qui deriva anche la precoce consapevolezza dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo di vivere intorno a un mare comune, come esprimeva ironicamente Platone: ‘Come formiche o rane intorno a una palude, siamo tutti seduti ai margini del mare’ (Fedone, 108b).

Quando nasce il mito
Alcune delle più grandi civiltà antiche del mondo si sono sviluppate intorno alle coste del Mediterraneo e furono fortemente influenzate dalla loro vicinanza a questo stesso mare, che ha favorito le rotte per il commercio, la colonizzazione (e la guerra), nonché l’abbondanza del cibo (dalla pesca e dalla raccolta di altri frutti di mare) per il sostegno per numerose comunità nel corso dei secoli.

A causa del clima, della geologia e dell’accesso al mare comuni, le culture insediate sul Mediterraneo tendevano ad avere cultura e storia condivise.

Fra le più importanti civiltà mediterranee dell’antichità classica vi furono, come accennato, le città stato greche e i Fenici, che colonizzarono entrambe le sponde del mare. Più tardi, quando Augusto fondò l’Impero, i Romani nominarono il Mediterraneo Mare Nostrum e, per i successivi 400 anni, lo controllarono in tutte le sue regioni costiere, da Gibilterra al Levante.

Oggi l’archeologia riserva ancora sorprese e scoperte: appartiene a un periodo ben più antico la nave risalente ad un naufragio di 3.600 anni fa, rinvenuta da un team archeologico di esperti del Centro di ricerca subacquea dell’Università di Akdeniz nel 2019, in Turchia. I 73 pani di rame ritrovati all’interno del relitto sono stati utilizzati per stimarne l’epoca e il Governatore di Antalya ha descritto questo prezioso rinvenimento come la ‘Göbekli Tepe del mondo sottomarino’. È stato confermato che il relitto, risalente al 1600 a.C., è più antico di quello di Uluburum, presso Kaş, del 1400 a.C.

Nelle rappresentazioni ricorrenti, il Mare Mediterraneo diventa, per la forza della sua stessa geografia e della sua affascinante storia, un elemento di coesione, un ‘carattere’ unificante capace non solo di trascendere le differenze tra gli abitanti delle sue sponde, ma di fornire una matrice che segna le civiltà occidentali.

Questa idea di centro ha origine in due concezioni storiche: quella del Mare Nostrum, che esprime l’idea di un mare in mezzo a terre conosciute, e quella del Mediaterraneo come spazio di transizione che emerge dopo la scoperta del Nuovo Mondo e che si afferma all’inizio del XVI secolo. Solo molto più tardi si attesta un’ultima concezione che si impone e si articola con il progetto coloniale europeo.

Un mare fra le terre: il Mare Nostrum
Il riferimento al Mare Nostrum suggerisce quindi un mondo dove il Mediterraneo era al centro di uno spazio relativamente omogeneo, dove regnava la pace e dove dominava una civiltà comune. In realtà la definizione ‘Mare Nostrum’ è un grido di vittoria, quello di Roma che trionfa su tre guerre puniche dopo essere stata a un passo dalla capitolazione davanti alle truppe di Annibale Barca. Per più di un secolo, dal 264 al 146 a.C., il mare antistante le due civiltà è stato un gigantesco campo di battaglia tra due grandi potenze contrapposte. La violenza dello scontro è stata tale che sarà necessario prendere in considerazione una forma di soluzione radicale che indichi l’intensità del conflitto: la distruzione totale della città di Cartagine.

Solo successivamente si formano elementi di unità nei modi di vivere intorno al Mediterraneo con una civiltà romana, prevalentemente urbana, grazie alle sue istituzioni, ai suoi monumenti distintivi, a una rete di strade tra i maggiori centri che estendono le fitte comunicazioni marittime, alla sua moneta, alla sua unificazione religiosa e linguistica, e infine all’organizzazione imperiale. I popoli nativi esprimono, tuttavia, una forte resistenza, mantengono le loro lingue con le loro pratiche sociali e la contrapposizione retorica barbaro/civile resta il fondamento del Mare Nostrum. Ma la storia è quella scritta dai vincitori e anche Strabone, nella sua opera Gheographiká, celebra il Mare Nostrum per affermare la superiorità della civiltà romana: nonostante le sue origini greche, il suo insediamento a Roma lo rese consapevole dell’idea di una superiorità della civiltà romana. Fu per questo motivo che iniziò il suo viaggio nel Mare Mediterraneo che gli appare, appunto, ilcentro della Geografia.

L’espressione latina ‘il nostro mare’ porta con sé anche un’opposizione che rimane molto importante per i geografi fino alla scoperta dell’America: è il mare del mondo conosciuto che si oppone al mare esterno, l’Oceano, che rimane ancora ignoto. Analogamente i geografi arabi avrebbero in seguito usato la stessa distinzione opponendo il mare del Levante (bahr el-shâm) al mare circostante (bahr el-muhît).

Il Mediterraneo come spazio di transizione
L’immagine di “mare in mezzo alle terre” durò fino alla scoperta delle Americhe, quando il commercio marittimo con le Indie Occidentali si intensifica per tutto il XVI e XVII secolo e non attraversa più principalmente il Mediterraneo. In questi secoli la percezione del mondo cambia radicalmente scala e la scoperta di nuovi mondi si traduce di conseguenza in una regressione dell’idea di un Mare Nostrum che cessa di essere il nodo essenziale delle comunicazioni marittime e non è più il passaggio obbligato della ricchezza. Se Genova può pretendere di essere ancora considerata una potenza mondiale fino all’inizio del XVII secolo, verrà inevitabilmente superata da Amsterdam e Londra. Da quel momento, il Mediterraneo non sarà mai più quel luogo fondamentale per lo sviluppo dell’economia mondiale che era stato per secoli.

In questo periodo di cambiamento, il Mediterraneo diventa un mare tra gli altri, non necessariamente il più importante. Piuttosto, è considerato come uno spazio di transizione tra più mondi, come l’Asia, l’Africa e l’Europa. È così che lo storico Fernand Braudel (che è stato molto amato dai geografi) lo definisce: “Se non avessimo l’abitudine di ricondurre tutto all’Europa e di ragionare nel senso Nord-Sud, ci renderemmo facilmente conto che il Mediterraneo, visto nella scala mondiale, è un vasto corridoio dall’oceano Atlantico all’Indiano, un vasto corridoio di circolazione marittima e carovaniera, uno spazio-movimento, se così si può dire, dove i mezzi di trasporto fanno la catena; e, quindi, una larga zona di passaggio. Vi passa ogni cosa: gli uomini, ben inteso, e le merci, le civiltà e le epidemie sospinte incessantemente dall’India e dalla Cina verso i paesi dell’Ovest. Infine le piante e gli animali. Proprio in questo senso dei paralleli (di solito trascurato), la vita mediterranea ha segnato le sue più elevate velocità e trovato i suoi principali collegamenti. No, certamente il Mediterraneo non è il ‘mare d’Europa’ e nulla più” (Braudel, 1956, pagg.254-255).È in questo periodo che acquisisce anche un nome specifico e il termine Mediterraneo subisce una prima metamorfosi che si manifesta nell’uso corrente diventando un nome proprio, trovando una specifica designazione da cui deriva il significato originario di “mare tra le terre”.

Possiamo seguire la traccia di questa costruzione nei libri di geografia e nella posizione che il Mediterraneo vi tiene nei secoli successivi. Per esempio, inizialmente è concepito come un ‘altrove’ e come un mondo di alterità e con la spedizione verso l’Egitto, Napoleone Bonaparte vuole soprattutto controllare un percorso piuttosto che un territorio e porta con sé una schiera di studiosi per identificare ciò che risulta ancora estraneo. Fu per non poter invadere immediatamente il Regno Unito che Bonaparte si rivolse all’Egitto, visto come la porta della strada per l’India, ma tenuta saldamente nelle mani di un nemico ostile. Dunque, pensare all’unità del Mediterraneo in quest’epoca non ha più senso. È interessante leggere le reazioni che ebbero i botanici che parteciparono alla spedizione francese: sono terribilmente delusi perché, anche loro alla ricerca di un ‘altrove’, non incontreranno questa alterità nella flora. Molte piante sono comuni ad entrambe le sponde e sono già note. Le viti, gli agrumi, i fichi, gli ulivi incontrati non lasciano troppo spazio a nuove piante o specie bizzarre che alimenterebbero una sete di esotismo e orientalismo, che alla fine permetterebbero a dotti botanici di affiancare il proprio cognome a nuove piante e quindi partecipare al formidabile sforzo di classificazione dell’epoca. La fauna scoperta in questo Vicino Oriente è familiare e, quindi, deludente.

Ma il paradosso è che questa vicinanza, anche quando potrebbe giustificare pienamente l’idea di un’unità del Mediterraneo, non è in alcun modo utilizzata per questa tesi. Anche quando è evidente l’affinità botanica e climatica del Mediterraneo, questa non è nemmeno individuata e costituisce tutt’al più uno spazio di transizione tra due grandi zone che si sono la zona temperata e la zona arida del deserto.

Fu solo all’apice del progetto coloniale e con l’apertura del Canale di Suez nel 1869, che prese forma il Mediterraneo come concezione di centro e matrice di civiltà.

Il Mediterraneo come matrice di civiltà
La nozione di Mediterraneo appare quindi in un momento ben preciso della storia europea, quando il suo progetto coloniale si stava costruendo nella forma di occupazione di territori e di sfruttamento delle risorse. Questo fu anche il tempo dei grandi sconvolgimenti tecnologici, delle rivoluzioni industriali che accompagnarono l’ascesa del capitalismo. Se le distanze si riducono per affermare una necessità nel ‘processo di riproduzione del capitale’ (per usare il vocabolario marxista), l’alterità deve cedere il passo a una prossimità con la vicinanza ai mercati, alle risorse e ai popoli suscettibili di integrarsi nel funzionamento dell’economia di mercato globalizzata.

Il Mare Nostrum, che era stato semplicemente il mare dei Romani, sarà considerato il mare di tutti i popoli che circondano il Mediterraneo, in un ‘noi’ che aprirà la porta a molte ambiguità: se ‘noi’ significa ‘siamo simili’, l’azione civilizzatrice dell’Occidente può essere giustificata meglio.

I popoli europei hanno dunque ripreso il concetto di Mediterraneo secondo la propria storia e le esigenze del momento. Ognuno ha usato il patrimonio e l’immaginazione del Mare Mediterraneo a suo modo. Se Fernand Braudel è spesso invocato per difendere l’idea di un’unità del Mediterraneo, lui stesso diventa molto sfumato e insiste sulla diversità: “Cos’è il Mediterraneo? Mille cose contemporaneamente, non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi, non un mare, ma una successione di mari, non una civiltà, ma civiltà accatastate l’una sull’altra” (Braudel, 1977, p. 8).

Il tema del Mare Nostrum è stato sfruttato dall’Italia del periodo fascista che si è basata sul mito romano per strutturarsi, quando l’identificazione con l’Impero Romano rappresentava una retorica costante. Con la conquista dell’Etiopia, Roma divenne naturalmente la capitale dell’“impero”. Questa messa in scena era anche un modo per contestare alle altre potenze, e in particolare alla Francia, le ambizioni coloniali intorno al Mediterraneo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, attraverso un comprensibile capovolgimento, l’Italia voltò le spalle al Mediterraneo che era segnato dall’accento mussoliniano. La preoccupazione principale in questo periodo era il recupero economico e l’avvio del paese alla modernità, cosa che ha comportato un cambiamento radicale nello sguardo. Il Meridione circondato dal Mare Mediterraneo e culla di civiltà antiche, allora era simbolo di una certa arretratezza ed è stato a lungo trascurato per il Settentrione, che avrebbe contraddistinto l’ancoraggio all’Europa produttiva.

Solo molto più tardi il Mediterraneo è tornato ad essere un tema importante della politica estera italiana nel quadro europeo, in particolare a partire dal Processo di Barcellona del 1995.

Il Mediterraneo è un unico spazio?
Si sarebbe tentati di credere che il Mediterraneo del mondo antico fosse uno spazio unico. Il suo clima particolare, la storicità dei luoghi e in particolare la romanizzazione, la familiarità dei paesaggi, il patrimonio culturale, tutto contribuisce a renderlo un mondo a parte, un modello geo/storico al quale confrontare altri mari e altre realtà: non a caso, da quasi mezzo secolo, è il punto di riferimento centrale dell’azione pubblica europea rivolta ai Paesi che vi si affacciano. Queste ambizioni regionali possono essere spiegate dal desiderio dell’Unione Europea e dei suoi membri di affermarsi come potenza mondiale contro i gruppi americani e asiatici.

Ma il Mediterraneo ha così poco significato nelle rappresentazioni dei paesi della sponda meridionale che non esiste una parola specificamente araba per designare questo mare. Nei testi antichi, il termine ricorrente è Bahr el Shâm, il mare del Levante o Bahr el Rum, il mare dei cristiani. La definizione corrente e consacrata dall’uso è Bahr el abiad el-mutawassat, cioè il ‘mezzo mare bianco’. Questa espressione, che a prima vista sembra alquanto enigmatica (perché attribuire un colore?), si spiega se la poniamo accanto al turco akdeniz, che significa, fra l’altro, ‘colore bianco’ e si oppone al mare nero, ovvero karadeniz. Il prestito dalla lingua turca ci indica che non esiste una rappresentazione specificamente araba del Mar Mediterraneo che risulta così inefficace nell’immaginazione che deve prendere a prestito la sua designazione da un’altra lingua.

Ancora oggi si incontrano difficoltà ricorrenti nel parlare della centralità del Mediterraneo, ulteriormente accentuate dal contrasto con i progressi compiuti dalla costruzione europea nell’ultimo periodo. Le rivolte e i cambiamenti nel mondo arabo all’inizio del 2011 rivelano un fallimento evidente e le ragioni della lentezza dell’integrazione regionale euromediterranea sono ormai ben documentate, con l’ipotesi che parte del fallimento derivi proprio dalla scelta del contesto geografico. Le domande che occorrerebbe affrontare sono forse le seguenti: il Mediterraneo, come concetto e come rappresentazione costruita dall’Europa, non è all’origine di parte del fallimento dell’integrazione regionale euromediterranea? Il Mediterraneo, che si offre come quadro di per sé evidente per pensare all’azione, non oscura e impedisce di affrontare in modo realistico e operativo le sfide dell’area? Più precisamente ancora, l’uso del mito mediterraneo non porta a scavalcare le reali dinamiche su cui potrebbe basarsi la costruzione di uno spazio comune tra Europa e mondo arabo?

In ogni caso, la Storia procede e in occasione del 25° anniversario del Processo di Barcellona nel novembre 2020, il quinto forum regionale ha proclamato il 28 novembre ‘Giornata internazionale del Mediterraneo’ percelebrare l’identità mediterranea: unica, ma diversa. Fanno parte dell’Unione per il Mediterraneo (istituzione operativa che consente l’attuazione di un dialogo regionale tra gli Stati membri, sulla base di una Presidenza congiunta Nord-Sud) i 27 paesi membri dell’UE a cui si aggiungono Turchia, Israele, Bosnia ed Erzegovina, Albania, Monaco, Montenegro, Algeria, Egitto, Giordania, Libano, Mauritania, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. La Libia, che prima del 2008 ricopriva la posizione di osservatore, inizia a partecipare agli incontri accettando l’invito dopo la trasformazione politica del Paese, mentre la Siria ha sospeso la sua partecipazione all’UPM il 30 novembre 2011 a causa delle sanzioni dell’UE.

Questa architettura istituzionale, che cerca di essere più vicina possibile alla difficile realtà politica di questa regione del mondo, ha permesso di progredire nella programmazione e nello sviluppo di progetti concreti. Ma al di là delle scelte della politica, le relazioni tra le due sponde sono molto reali e portano alla costruzione di un crogiolo comune che si basa su scambi multipli tra le persone. Queste reti esprimono la globalizzazione dal basso e creano legami solidi e duraturi. Appare quindi possibile ridare tutta la sua forza a un processo di costruzione regionale, che resta in difficoltà, facendo affidamento su queste dinamiche sociali piuttosto che sui grandi miti fondativi.

(* geografa, docente)

Fig.1. Tutto il Mare Mediterraneo può essere contenuto dal territorio dell’Australia, come dimostra questa suggestiva costruzione grafica su Google Earth.

Fig.2: Immagine satellitare del Canale di Sicilia e delle due isole maggiori del Mediterraneo, la Sicilia e la Sardegna. Si osservi la posizione perfettamente intermedia di Pantelleria e di Malta.

Fig.3: Immagine satellitare dello Stretto dei Dardanelli in Turchia che tanta parte ha avuto nella storia e nel mito. In alto si trova la penisola di Gelibolu in Tracia, in basso la penisola anatolica con l’isola di Bozcaada (l’antica Tenedos) prospicente le rovine di Troia.

Fig.4: Immagine satellitare dello Stretto di Gibilterra. Sulla sinistra è visibile parte della penisola Iberica, sulla destra il Maghreb. Cambiando la prospettiva tradizionale si modifica anche il significato della rappresentazione.

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