Home SportCalcio Matteo Vottero, venticinque anni in arancione e nero. Ma adesso la bandiera deve lasciare il RivaSamba per motivi di lavoro

Matteo Vottero, venticinque anni in arancione e nero. Ma adesso la bandiera deve lasciare il RivaSamba per motivi di lavoro

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Bandiera vecchia, onor di capitano. Ammainati gli stendardi nei club professionistici dopo il ritiro dall’attività di capitan Totti, l’ultimo dei ‘nippo-romani’ nella giungla del marketing e della selvaggia caccia ai conquibus, il concetto di fedelissimo rischiava di sparire. Si è rifugiato laddove ancora si annidano i puri di cuore, coloro che fanno calcio per passione non perché pensano di aver trovato il filone di oro da predare sino all’esaurimento.

Il RivaSamba, club che milita in Eccellenza, è orgoglioso di aver scovato e coltivato un esempio fulgido di dedizione ai colori sociali. Capitan Vottero conclude a 25 anni una esperienza iniziata, proseguita e conclusa sempre nel segno dell’arancione e nero.

Matteo Vottero, classe 1996, domenica 9 gennaio ha giocato l’ultima gara con la maglia del Rivasamba. Il 25enne centrale di difesa ha salutato i compagni, comprensibilmente emozionato, perché va a stare in Danimarca, dove lo attendono un lavoro e un futuro tutto da scrivere.

Ecco come egli stesso riassume un quarto di secolo trascorso nel mondo dei calafati. “Ho iniziato a giocare a calcio nel 2001 avendo come allenatori Bruno e Vittorio. La categoria era quella dell’entry level nel calcio ufficiale, quella dei Piccoli Amici”.

Un passatempo che con il tempo diventa un amore. “Quando hai cinque anni, pensi solo a divertirti e a correre ovunque per il campo dietro al pallone. Poi cresci e devi iniziare a ‘farti le ossa’, giocando con i più grandi dove oltre alla passione conta anche il risultato. In questo senso gli allenamenti con la prima squadra sono stati i più formativi: quando entrai per la prima volta nello spogliatoio ‘dei grandi’ avevo 15 anni, ero uno dei più piccoli e mi trovavo ad avere a che fare con gente di grande personalità e molto forte”.

Il battesimo e lo svezzamento non furono facili. “Vero, non fu semplice all’inizio, anche perché ero molto ma molto timido. La timidezza però poi svanisce quando capisci che c’è da sgomitare in mezzo al campo per giocare, a maggior ragione se ti accorgi che sei l’ultimo della fila. I sabati con la Juniores di Simone Ameri mi hanno fatto crescere molto, specialmente dal punto di vista caratteriale, e sono stati propedeutici per l’ingresso nel mondo dei grandi la domenica. A quel punto non avevo paura di nulla e gli sforzi fatti fino a quel momento vennero ripagati quando mister Natalino Bottaro mi fece esordire a 16 anni in un campo tosto come quello di Cairo Montenotte. Era la stagione 2012-13 e ho continuato a vestire arancio-nero per diversi anni”.

Un solo ‘tradimento’, in realtà una parentesi per irrinunciabili impegni concomitanti. E comunque restando in orbita, nel club ‘satellite’. “Causa università non riuscivo a conciliare gli orari delle lezioni a Genova con quegli degli allenamenti. Ero però deciso a non mollare il calcio: grazie a Carlo Oliveri passai all’Aurora ed entrai a far parte di un gruppo fantastico che quell’anno si tolse davvero grandi soddisfazioni, arrivando in finale play-off del girone di Prima Categoria”.

La stagione seguente ritorno alla casa madre, dato che gli orari universitari non erano più un problema. “Appena appena in tempo per dare una mano. Il Riva era retrocesso in Promozione: con mister Del Nero oltre a tornare in Eccellenza riuscimmo a vincere anche la Coppa Italia”.

Ed eccoci all’ultimo biennio, con le partite a singhiozzo e tanti sacrifici fuori e dentro il campo. “Oggi sono quello che tra i giocatori in attività quello con maggiore anzianità calafata, nonostante non sia il più grande nello spogliatoio, mister David Cesaretti si è fidato e mi ha caricato di responsabilità dandomi la fascia da capitano. Con lui sono maturato molto dal punto di vista del temperamento e delle scelte in campo, anche perché da centrocampista mi sono dovuto reinventare difensore centrale”.

Ha raggiunto il culmine e deve lasciare. “Ripercorrendo questi 20 anni non ho alcun rimpianto: ho conosciuto persone fantastiche alle quali sarò sempre particolarmente legato, come il presidentissimo Adriano Pastorino e i mitici dirigenti Gasso e Giorgio Nicolini. Persone umili e sempre disponibili come Umberto Baria e Gianni Mascia o la super dirigenza mai assente: ‘Dome’, Gianni, Sandro, Giannino e Mario. C’è un po’ di dispiacere c’è nel dover lasciare quella che è stata la mia quotidianità”.

C’è un ‘altro campionato’ da affrontare, ed è un torneo ancora più impegnativo… “Mi trasferisco a Copenaghen per lavoro. Dopo la laurea in Ingegneria Biomedica ho deciso di specializzarmi in Ingegneria Elettronica e adesso sento che è il momento giusto per fare il grande passo e iniziare questa nuova avventura lavorativa all’estero. Lasciare tutti i legami non sarà facile, ma sono convinto che sia la chiave necessaria per evolversi e migliorare se stessi. È una cosa che devo fare perché so che altrimenti potrei pentirmene in futuro. E poi chissà, magari riuscirò anche a ritagliarmi del tempo per giocare in qualche squadra danese, dato che la passione per il pallone resta”.

E si è messo a consultare l’annuario del calcio danese alla ricerca di un club che abbia come colori sociali l’arancione e nero. Aiuterebbe a sentire meno la nostalgia. Per il resto c’è il filo invisibile ma resistente della concordanza storica. Tutta la sua carriera si è svolta sull’erba dell’Hans Christian Andersen. C’è da sottolineare qual era il paese di origine del grande creatore di favole?

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