Home Attualità Aree interne, il futuro passa da qui. La ricerca ‘Giovani dentro’ dimostra che aumenta tra i giovani la voglia di restare e di far crescere il proprio territorio

Aree interne, il futuro passa da qui. La ricerca ‘Giovani dentro’ dimostra che aumenta tra i giovani la voglia di restare e di far crescere il proprio territorio

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Un ‘Piano Nazionale Borghi’ per vincere la sfida del ripopolamento con un miliardo in arrivo direttamente dal Pnrr, ovvero il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. È la sfida al via per dare nuova vita e attrattività ai piccoli centri di cui è costellata l’Italia con il rilancio di almeno 250 borghi.

“Stiamo gestendo una grande operazione di valenza culturale e sociale”, ha raccontato il ministro della Cultura, Dario Franceschini, presentando in dettaglio il progetto e l’avviso pubblico per l’accesso alle risorse del Piano.

“Nel nostro Paese – ha spiegato il ministro – si è parlato per molti anni di recupero delle aree interne e dei borghi, ma non ci sono stati mai grandi interventi finalizzati a concretizzare questo obiettivo. Ciò che qualche anno fa poteva essere un intervento di natura sociale, oggi diventa una nuova opportunità grazie a condizioni come la banda larga, lo smart working, le nuove tecnologie. Il nuovo piano va esattamente in questa direzione e prepara il territorio anche al ritorno dei grandi flussi turistici con una cifra molto importante: un miliardo di euro”.

Due le linee di azione individuate per finanziare almeno 250 borghi, 21 dei quali scelti dalle Regioni e 229 selezionati con avviso pubblico. In particolare, la prima linea di intervento prevede 420 milioni di euro per progetti pilota di rigenerazione culturale, sociale ed economica in 21 borghi a rischio abbandono o abbandonati, individuati da Regioni e Province autonome entro il 15 marzo 2022. Si prevedono 20 milioni di euro per ciascun borgo con progetti pilota che portino l’insediamento di nuove funzioni e infrastrutture nel campo della cultura, del turismo, del sociale o della ricerca, come ad esempio scuole o accademia di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali dove sviluppare anche programmi a matrice culturale, residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali.

Alla presentazione delle candidature seguirà una fase negoziale condotta da un Comitato tecnico istituito dal Ministero della Cultura, al quale partecipano un rappresentante delle Regioni, uno dell’Anci (l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e uno delle associazioni partecipanti al Comitato di coordinamento borghi. Entro maggio 2022, l’ammissione al finanziamento e l’assegnazione delle risorse.

La seconda linea prevede invece 580 milioni di euro totali. Di questi, 380 sono per finanziare almeno 229 progetti locali di rigenerazione culturale presentati dai comuni in forma singola o aggregata (fino a un massimo di tre comuni) con popolazione residente complessiva fino a 5000 abitanti. La selezione verrà compiuta dalla Commissione di valutazione prevista dall’avviso pubblico che si chiude il 15 marzo 2022, con circa 1,6 milioni di euro a borgo. Gli altri 200 milioni di euro andranno per sostenere micro-piccole-medie imprese già insediate o che intendono insediarsi all’interno dei borghi selezionati e che svolgono attività culturali, turistiche, commerciali, agroalimentari e artigianali (fino a un totale complessivo tra le due componenti di circa 2,53 milioni di euro a borgo). In coerenza con le disposizioni del Pnrr, il 40% delle risorse complessive sarà destinato alle otto regioni del Mezzogiorno e gli interventi dovranno essere portati a termine entro giugno 2026.

La strategia non punta solo al ripopolamento delle aree interne, ma predispone a quando nel mondo torneranno a esserci i grandi numeri del turismo internazionale. A parlare di aree interne, in un convegno molto interessante, promosso a Genova dalla consigliera comunale del Partito Democratico, Cristina Lodi, è stata nei giorni scorsi Giulia Cutello, ricercatrice specializzata in aree interne e montane, nonché referente di quell’associazione Riabilitare l’Italia che è stata fondata dall’ex ministro Fabrizio Barca, ovvero il promotore della cosiddetta Snai, la Strategia Nazionale per le Aree Interne.

Secondo Cristina Lodi, “la politica di governo locale in questi ultimi anni si è dimenticata delle aree interne genovesi, che costituiscono gran parte del suo territorio: Alta Valle Scrivia, Val Trebbia, Val d’Aveto, Val Fontanabuona. Nel 2013 Fabrizio Barca, ministro per la Coesione Territoriale del Governo Monti, istituisce la Strategia Nazionale per le Aree Interne (Snai) con l’obiettivo di attivare un processo di recupero dei territori marginali attraverso progetti specifici finanziati da risorse pubbliche, statali e comunitarie, in rete con le comunità locali attraversi accordi quadri con Regioni e Comuni. Nel genovesato viene individuata una macro area: Valli dell’Antola (Val Trebbia) e del Tigullio (Fontanabuona e Aveto)”.

In occasione del convegno, sono state presentate sia la ricerca ‘Giovani dentro’, che riguarda il rapporto tra i giovani e le aree interne, con un approfondimento sul ruolo delle imprenditrici in contesti marginali (esito di una ricerca condotta da Riabitare l’Italia) sia le quindici proposte per il futuro elaborate dall’Officina Giovani aree interne, presentate recentemente al Ministro per il sud e la Coesione Territoriale, Mara Carfagna.

“Per il futuro delle aree interne – sostiene Giulia Cutello – è fondamentale ripartire dai giovani, dalle loro aspirazioni e dai loro bisogni, dalle loro voci e dal loro punto di vista. Proprio per comprendere a fondo ciò che qualifica le nuove generazioni che abitano le aree interne, è nato il progetto di ricerca-azione ‘Giovani Dentro’”.

Il progetto è una delle prime iniziative promosse dall’associazione Riabitare l’Italia e si avvale del cofinanziamento della Fondazione Peppino Vismara e Coopfond e di un partenariato multidisciplinare proveniente da tutta la penisola: il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, Eurac Research, il Gran Sasso Science Institute dell’Aquila, l’Osservatorio Giovani dell’Università di Salerno e la Rete Rurale Nazionale Italiana.

L’indagine ha natura interdisciplinare e fortemente empirica e interessa diversi ambiti, inerenti aspetti di sociologia, geografia ed economia regionale. Secondo la ricercatrice, “‘Giovani Dentro’ mira a comprendere a fondo le ragioni che spingono le giovani e i giovani tra i 18 e i 39 anni a ‘restare’ o a ‘ritornare’ nei territori delle aree interne italiane alla ricerca di opportunità di vita e lavoro, approfondendone aspettative, bisogni e possibilità, soprattutto in ambito formativo. Obiettivo dello studio è anche quello di analizzare le dimensioni socio-economiche di queste aree, indagando nello specifico il potenziale che il settore agro-silvo-pastorale può avere per lo sviluppo sostenibile del territorio. La ricerca ha l’obiettivo di contribuire all’analisi scientifica e all’intervento concreto, necessari per rispondere in modo innovativo alle tendenze sociali ed economiche, demografiche e ambientali che investono le aree interne e montane italiane. L’indagine, che ha preso il via a dicembre 2020, prevede diverse fasi di raccolta dati, analisi e varie forme di coinvolgimento attivo dei giovani a cui si rivolge, attraverso questionari autosomministrati, interviste approfondite e focus group tematici”.

Dai risultati, si rileva che oltre la metà dei giovani intervistati è decisa a rimanere nel proprio territorio (classificato come area interna). Dall’analisi emerge, inoltre, che i giovani che abitano questi territori hanno una formazione di alto livello e che il loro bagaglio di esperienze formative e culturali si arricchisce, per la maggior parte di questi, di esperienze all’estero e in altri luoghi italiani. Infatti, quattro giovani su dieci frequentano l’università e circa la metà del campione ha vissuto in città o all’estero per motivi lavorativi e stage.

Gran parte di loro è occupata: il 67% dei soggetti intervistati sono lavoratori (il 44% ha un lavoro a tempo indeterminato e il 22% a tempo determinato). Nello specifico, la stessa percentuale si dice disposta a rimanere in un territorio di un’area interna con un progetto spesso legato all’agricoltura o all’allevamento di ovini e bovini. “Oggi più di prima è interessante notare che, tra chi ha intenzione di restare, le motivazioni che guidano questa scelta riguardano in primo luogo la migliore qualità della vita dal punto di vista ambientale e dello stile di vita e la possibilità di avere contatti umani e sociali più gratificanti. In secondo luogo, per il 60% la scelta è guidata anche dal minor costo della vita e per il 55% dalla convinzione che il posto in cui si vive offre opportunità per restare”.

Ma, più in generale, “la squadra di ricerca si è posta l’obiettivo di sviluppare, attraverso studi e riflessioni condivise, una diversa rappresentazione dell’Italia contemporanea. Intento dell’associazione, nata nel 2020, è infatti quello di contribuire ad alimentare il dibattito sulle aree interne fornendo chiavi di lettura e strumenti che permettano di riconoscere il peso e il valore che questi territori, troppo a lungo considerati marginalizzati, rappresentano in termini di opportunità di coesione ed eguaglianza. Gli studi e il patrimonio di idee condivise dall’associazione hanno lo scopo di sviluppare una contro-narrazione rispetto alle fragilità di questi territori, un’immagine aggregata e rinnovata dell’intero paese per dar conto delle tante Italie che compongono l’Italia per ricomprenderle tutte, fino ad arrivare a includere gli stessi margini al centro”.

Insomma, la teoria dice che le aree interne sono una risorsa. La pratica ha trovato il modo per finanziare i vari progetti. Adesso, occorrono forze fresche e tanta buona volontà.

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