Home editoriale La Leopolda fucina di idee: la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa

La Leopolda fucina di idee: la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Matteo Renzi mi ha invitato a parlare alla Leopolda di un’idea di cui abbiamo lungamente discusso insieme, e cioè dell’ipotesi di una legge che preveda la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa. Sono stato imprudente perché l’ho informato che molti, moltissimi, anni fa mi ero laureato in Economia a Genova proprio su questo argomento con una tesi con il professor Lorenzo Caselli, storico intellettuale legato alla Cisl e mio maestro di studi universitari. Questo lo ha entusiasmato e mi ha fatto promettere che sarei andato alla sua convention fiorentina per parlarne in pubblico. Ho rispettato la promessa e in allegato potete vedere il mio intervento e il sincero affetto che ci lega (https://youtu.be/G9vMIgqaArE).

Qui vorrei tornare sull’idea e sul ragionamento provando ad articolarli un po’ meglio di quanto sia stato possibile fare in un breve intervento nella kermesse della Leopolda.

Il punto di partenza, che su queste pagine ho più volte sviluppato, è che in occidente il capitalismo è a una svolta.

La globalizzazione ha certamente favorito nei paesi meno sviluppati moltitudini di persone che fino a qualche decennio fa vivevano di mera sussistenza, ma al contempo ha anche accresciuto enormemente le diseguaglianze tra ricchi e poveri in Europa, negli Stati Uniti d’America, in Giappone. La forbice tra stipendi dei super manager e quelli degli impiegati e operai, ad esempio, si è aperta a dismisura; il salario medio di un impiegato o di un operaio non gli consente più di comprarsi una casa e molto spesso, se la famiglia è numerosa, non è sufficiente a condurre una vita dignitosa. Tutto ciò ha creato malcontento, invidia sociale, dissenso nei confronti delle imprese, rischiando di mettere in crisi il modello stesso di sviluppo e di crescita, basato sull’economia di mercato, che ci ha accompagnato dal dopoguerra ad oggi.

Accanto al tema delle disuguaglianze crescenti, quello della sostenibilità, e cioè della compatibilità delle attività soprattutto industriali con l’ambiente e il futuro della terra è divenuta l’aspirazione principale delle giovani generazioni, stressando Governi e imprese a dare risposte concrete a questa esigenza.

La mia lunga esperienza professionale alla guida di un grande gruppo internazionale mi ha consentito di vedere da vicino economie, culture, modi di vedere l’impresa e il mondo del lavoro molto diversi, e mi ha convinto che il futuro del capitalismo industriale è legato alla soluzione di due problemi: sostenibilità e inclusione.

Non ho spazio qui per parlare di sostenibilità, ci tornerò anche se ho scritto spesso al riguardo su queste pagine.

Oggi voglio parlare di inclusione, di inclusione attraverso l’impresa. Cosa vuol dire inclusione?

Vuole dire che tutti i partecipanti della vita d’impresa, dal primo all’ultimo, devono sentirsi parte della stessa comunità; e per ottenere questo risultato le imprese e gli imprenditori devono prendere decisioni e attuare modelli coerenti con l’obiettivo.

Per arrivare a questo risultato bisogna compiere innanzitutto una rivoluzione culturale.

Questa rivoluzione culturale riguarda tutti, imprenditori e lavoratori.

Ho detto a Firenze che gli imprenditori, per essere capaci di includere, devono riuscire a convincere tutti quelli che lavorano nelle imprese che sono sulla stessa barca e devono partecipare alle fortune dell’azienda in cui vivono e lavorano. Bisogna far capire alla nostra gente che le fortune dell’impresa sono la loro fortuna, e che la crescita e il successo dell’impresa saranno il successo loro e dei loro figli.

Per fare ciò bisogna sconfiggere la cultura del secolo scorso che sul conflitto e la contrapposizione di interessi ha costruito un modello politico e sociale. Nelle imprese industriali occidentali moderne non possono più esserci conflitto e contrapposizione, perché in questo modo si sottraggono energie alla ricerca permanente dell’innovazione e dell’eccellenza che consentono alle imprese di sopravvivere nella battaglia competitiva. La coesione sociale dentro le imprese prima che un afflato etico e morale è la condizione della sopravvivenza dell’impresa.

La partecipazione agli utili dell’impresa da parte dei lavoratori è lo strumento principale di questa battaglia culturale. Se i lavoratori diventano e si sentono soci dell’impresa e dell’imprenditore non esistono più motivi di conflitto e contrapposizione perché gli interessi di tutti si allineano con gli interessi dell’impresa; interessi che vengono prima di ogni cosa perché è l’impresa lo strumento per creare ricchezza e benessere per tutti.

Già oggi in moltissime imprese in Italia e nel resto dell’Occidente esistono meccanismi premianti che incentivano la qualità e l’efficienza del lavoro e cercano di premiare i meritevoli.

Il modello di partecipazione agli utili è una cosa diversa, perché deve essere universale e cioè riguardare tutti i lavoratori e non particolari categorie di essi, e deve essere sganciato da risultati e valutazioni individuali. Deve costituire un elemento coessenziale con l’essere lavoratore di un’impresa, magari dopo aver maturato un minimo di anzianità.

Il diritto commerciale europeo, con l’istituzione delle diverse classi di azioni, offre tutta la flessibilità e tutti gli strumenti per raggiungere l’obiettivo. I lavoratori possono diventare titolari gratuitamente di classi di azioni che non danno diritto di voto in assemblea ma che danno loro il diritto di partecipare agli utili e alle plusvalenze eventualmente realizzate in sede di cessione dell’azienda, secondo il principio che alla creazione di quel valore hanno partecipato anche loro.

La costituzione di questo free equity, come si dice in gergo, deve essere consentita e favorita dallo Stato senza che si configuri fiscalità su questa sorta di donazione.

Occorre inoltre che gli imprenditori dichiarino e giustifichino una politica dei dividendi spiegando che solo una parte dell’utile può essere distribuita, perché un’altra parte va lasciata nell’impresa per garantire investimenti e crescita. Per far questo gli imprenditori devono comunicare di più, e narrare l’impresa sia nei momenti buoni che in quelli più difficili, spiegando continuamente la loro visione e il percorso strategico che hanno in testa.

Occorre che lo Stato aiuti il progetto defiscalizzando gli utili distribuiti ai lavoratori o almeno consentendo che godano di una fiscalità di favore.

In altri termini, bisogna che il progetto diventi parte integrante di politiche di contenimento del cuneo fiscale e più in generale di politiche per l’inclusione sociale, e da questo punto di vista bisogna che la legislazione fiscale favorisca anche, in ogni modo possibile, progetti e strumenti di welfare aziendale che spontaneamente stanno nascendo in molte aziende: borse di studio per i figli dei dipendenti, assistenza sanitaria e pensionistica complementare, asili nido interni alle aziende per favorire il lavoro femminile e la sua valorizzazione, consorzi di acquisto per beni alimentari e non, eccetera eccetera.

Occorre infine che le organizzazioni sindacali non si oppongano a questo progetto continuando a sostenere e declinando l’obsoleto modello del conflitto magari motivato dal timore di perdere potere, consenso e ruolo tra i lavoratori. Un sindacato moderno deve al contrario favorire questi strumenti e diventare il consulente intelligente ed esperto dei lavoratori per valorizzare al massimo l’occasione che si presenta.

Se saremo capaci di praticare questo progetto, e sono convinto che sapremo farlo, l’inclusione sociale attraverso la partecipazione dei dipendenti agli utili dell’impresa diventerà un altro straordinario elemento distintivo di quel capitalismo italiano fatto oggi soprattutto di medie imprese che vogliono crescere, spesso di proprietà e conduzione famigliare, competitive sui mercati internazionali, innovative dal punto di vista tecnologico ma anche da quello sociale, belle non solo per la qualità e lo stile dei prodotti che fanno ma per la bellezza che viene dalla creatività strategica e dalla solidarietà sociale. Una bellezza straordinaria che può salvare da sé stesso il capitalismo dimostrando che esso non necessariamente deve essere rapace e egoista ma può essere gentile e inclusivo. L’Italia deve diventare la patria del capitalismo bello e gentile.

Ti potrebbe interessare anche