Home Approfondimento La Città Metropolitana e il Tigullio: difficile rimediare alle carenze e alle contraddizioni che stanno emergendo (di Giuseppe Pericu)

La Città Metropolitana e il Tigullio: difficile rimediare alle carenze e alle contraddizioni che stanno emergendo (di Giuseppe Pericu)

da Alberto Bruzzone

di GIUSEPPE PERICU *

Per valutare gli esiti di una riforma istituzionale è necessario che sia trascorso un lasso di tempo non breve dalla sua introduzione: occorre che la realtà sociale si conformi al nuovo assetto e ne garantisca l’attuazione. Ciò vale anche per l’introduzione delle città metropolitane e la nuova conformazione delle provincie. Tuttavia anche se sono trascorsi pochi anni dalla legge istitutiva emergono già con chiarezza alcuni sintomi di crisi cui sarebbe opportuno porre rimedio. Ne indico alcuni, frutto della sensibilità personale in quanto mancano analisi sul campo sufficientemente documentate.

Il nodo problematico è costituito dal rapporto tra il Comune capoluogo e gli altri comuni ricompresi nell’area metropolitana: di fatto si registra un ruolo prevalente del primo tale da incidere sulla capacità di rappresentare e soddisfare le istanze dei propri cittadini da parte degli altri comuni. Si starebbe determinando un deficit di rappresentanza democratica.

Il metodo di decisione dell’Assemblea con la cosiddetta doppia maggioranza di fatto non tutela in modo sufficiente: nella maggior parte dei casi – per Genova è sicuramente così – non è possibile che venga assunta alcuna decisione in contrasto con la volontà del Comune capoluogo che controlla il parametro legato alla popolazione e, per converso, quando al comune capoluogo si uniscono un numero limitato di altri comuni si coagula una maggioranza che può operare scelte fortemente incidenti sulle altre amministrazioni rimaste minoritarie, anche con riguardo alle loro prospettive di sviluppo e di assetto territoriale.

Infatti la Città Metropolitana non limita il proprio ruolo alla progettazione e alla gestione dei servizi a rete, che debbono necessariamente operare a un livello sovracomunale nell’ottica degli ambiti ottimali territoriali di riferimento. Ma alla Città Metropolitana sono attribuiti compiti di programmazione economica e di pianificazione urbanistica. Scelta a mio giudizio improvvida e nefasta: il moltiplicarsi dei livelli programmatori e pianificatori generali e settoriali limita fortemente le attività pubbliche e private e induce al ricorso eccessivo e pericoloso delle varianti ad hoc.

Se sono loro sottratte le scelte sui servizi più significativi, se nel contempo li si pone in una posizione sottordinata in rapporto alla definizione del proprio sviluppo è evidente che i comuni che restano minoritari vedono lesa gravemente la loro autonomia, la capacità di rappresentanza della collettività.

Questa riflessione può sembrare schematica e non tenere conto del fatto che la Città Metropolitana – ente locale costituzionalmente previsto – dovrebbe essere l’espressione reale di una comunità dotata di un forte coesione al suo interno, innervata dall’insieme delle relazioni economiche e sociali che nel tempo si sono costituite. Ma nella nostra realtà così non è. Il territorio delle preesistenti Provincie è diventato il territorio della Città Metropolitana: soluzione semplicistica, comprensibile ma non giustificabile, determinata dalle difficoltà politiche di procedere ad un’analisi del territorio in modo da individuare le connessioni che lo rendono effettivamente integrato.

È evidente che una perimetrazione che coinvolge zone – se non estranee – lontane rispetto a quelle più fortemente integrate è il fattore determinante delle reali difficoltà che si stanno incontrando.

Una revisione è teoricamente possibile, ma in concreto incontra ostacoli difficilmente sormontabili. La definizione del territorio metropolitano nella lunga fase di elaborazione culturale e politica per la riforma dell’assetto istituzionale del governo locale ha rappresentato uno degli ostacoli principali per giungere alla concreta attuazione della riforma stessa. In oggi le difficoltà sono ulteriormente aggravate dovendo incidere su un assetto che, seppure problematico, è in essere da alcuni anni.

La situazione sarebbe diversa se la Città Metropolitana assumesse le caratteristiche proprie di un ente locale, i cui organi sono l’espressione diretta degli orientamenti politici dei cittadini: è quello che si verificherebbe con l’elezione diretta del Sindaco metropolitano. La (brutta) riforma Del Rio prevede anche questa ipotesi, in termini quasi incidentali, ma collega questa possibilità alla destrutturazione del Comune capoluogo in una pluralità di comuni: nel caso di Genova potrebbe ipotizzarsi la scomposizione in dieci/dodici municipalità. Se ciò avvenisse cesserebbe la posizione di preminenza del capoluogo e si aprirebbe un confronto tra i comuni ricompresi nel perimetro metropolitano in una situazione di sostanziale parità. Si creerebbero le condizioni per dar vita a una comunità politica che integrerebbe le connessioni sociali ed economiche, colmando anche le lacune esistenti.

È prospettiva in oggi non attuale: significativo è il fatto che, a quanto mi risulta, non è stata adottata in nessuna città metropolitana, sebbene fosse questo il modello che gli studi di assetto istituzionale e del territorio proponevano. Il legislatore ha scelto come prevalente una diversa configurazione della città metropolitana, propria di un ente di secondo grado destinato a funzioni di coordinamento e raccordo nei servizi a rete, ma, in netta contraddizione, ha attribuito compiti di pianificazione caratteristici degli enti locali a legittimazione democratica diretta.

Il quadro che emerge da questa breve analisi sembra escludere una concreta possibilità di rimediare alle carenze e alle contraddizioni che stanno emergendo: difficile è la revisione del perimetro territoriale, complessa e altrettanto difficile la destrutturazione del comune capoluogo.

Con riguardo alla realtà genovese potrebbe essere molto utile la valorizzazione delle norme statutarie che consentono l’individuazione all’interno del territorio metropolitano di “zone omogene”, cui riservare progettazione e gestione dei servizi in termini più congeniali alle peculiarità locali. Una prospettiva in questa direzione ha un senso se non ci si limita al solo disegno pianificatorio, ma si crea una governance dotata di un adeguata autonomia sia pure in spazi di competenza delimitati.

(* Avvocato e professore emerito dell’Università di Genova)

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