Home Attualità Camogli, a metà ottobre riapre il cimitero dopo il crollo. Proseguono insieme a Medicina Legale le operazioni per dare un nome alle salme finite in mare

Camogli, a metà ottobre riapre il cimitero dopo il crollo. Proseguono insieme a Medicina Legale le operazioni per dare un nome alle salme finite in mare

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Le immagini delle bare crollate giù per la falesia e finite in mare, nei mesi scorsi, hanno fatto il giro del mondo, così come è stato ampio e immenso il dolore dei parenti dei defunti, che hanno visto catapultate in acqua le spoglie dei loro cari. A Camogli sono state settimane durissime, e lunghissime, per cercare di riparare all’enorme disastro rappresentato dal crollo di una parte del cimitero, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.

Ma adesso si inizia a vedere una luce in fondo al tunnel: tanto lavoro è stato fatto, molto rimane ancora da fare, “però posso dire che dalla metà di ottobre il camposanto riaprirà i battenti ai visitatori. E questo è sicuramente un primissimo passo verso un graduale ritorno alla normalità”.

Lo assicura Francesco Olivari, il sindaco di Camogli che si è trovato, a partire dallo scorso febbraio, a dover fronteggiare una situazione che non si era mai vista prima e per la quale la struttura del piccolo comune del Golfo Paradiso non era minimamente preparata, né avrebbe mai potuto esserlo.

In quei giorni, a seguito dello sgretolamento della falesia sulla quale appoggiava uno dei muraglioni esterni del cimitero, quello che, a sua volta, reggeva una lunga fila di loculi, 415 bare terminarono in mare e furono avviate delle complicatissime operazioni per recuperare più salme possibili e per non perdere le varie identificazioni. “Oggi – prosegue Francesco Olivari – possiamo dire che in tutto ne sono state recuperate 308. È il massimo che si è riusciti a fare, anche perché molte bare non contenevano più nulla, essendo ormai molto lontano il tempo della loro collocazione dentro questi loculi, che erano stati costruiti nel 1935”.

Olivari, che oltre a essere il sindaco di Camogli ed essere stato per diverso tempo il presidente del Parco di Portofino, è anche un geologo di professione, sostiene, a ben vedere, che “è impensabile poter ricostruire su quella falesia, infatti anche le bare che si trovavano nella parte più bassa di questi loculi, e che si sono salvate dal crollo, sono state ricollocate in altre parti del cimitero”.

Adesso la priorità è quella di rimettere l’intera area in completa sicurezza. “La zona della falesia è stata naturalmente delimitata ed è stata stabilita una fascia di rispetto. Siamo in contatto con la Regione Liguria per uno studio di fattibilità che sia utile per definire come si dovrà intervenire su questo fronte. Per tutto il resto, i lavori sono in fase di completamento”.

Sono due i progetti esecutivi relativi al cimitero approvati qualche settimana fa dalla Giunta Comunale. Il primo progetto riguarda la costruzione di nuovi ossari nella piana A per un importo complessivo di 122mila euro finanziati su più lotti. Il primo lotto finanziato comprende 60 ossari doppi. Il secondo progetto, invece, riguarda il blocco loculi su due livelli presente nella piana B e le opere da realizzare consistono nel ripristino degli intonaci dei prospetti e dei camminamenti di accesso, compreso il risanamento strutturale dei ferri di sostegno. Sono inoltre previste opere di schermatura e tamponatura dei blocchi che sono stati oggetto di sgombero e la sostituzione della recinzione nella zona del Belvedere Gente di Mare per un valore totale di 55mila euro totalmente finanziati.

Quanto all’identificazione delle salme, “si va avanti, anche grazie al fondamentale apporto da parte dell’Università di Genova, in particolare dell’istituto di Medicina Legale. Le salme recuperate o le spoglie recuperate sono oggetto di esame del dna, che viene poi confrontato con il dna di quei parenti che hanno consegnato la loro scheda e fornito l’autorizzazione. Al termine di quest’operazione, contiamo di dare ulteriormente il nome ad alcuni resti che sono stati ritrovati”.

A suo tempo, la frana di Camogli creò un’enorme ‘audience’, anche a livello nazionale, per il fatto del crollo di una porzione del cimitero e per le bare finite in mare, ma questo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie: come non ricordare il crollo della strada per Portofino a seguito della devastante mareggiata del 2018, o il crollo di Capolungo a Nervi del 2014, per non citare tutte le criticità nella zona di Sant’Anna, tra Cavi di Lavagna e Sestri Levante, che costringono assai spesso all’interruzione della viabilità con la chiusura delle relative gallerie.

“Tutta la Liguria è fragile – ricordava il professor Franco Elter, docente associato di Geologia Strutturale all’Università di Genova, in un’intervista a ‘Piazza Levante’ – ma la Riviera di Levante lo è ancora di più proprio per la sua conformazione. Si riconoscono fra noi tecnici quattro sistemi di fratture, tra quelli in parallelo alla costa e quelli ortogonali. Sono legati alla particolare apertura del Mar Ligure, nella zona che viene definita unità del Monte Antola e che va da Nervi a Chiavari, fatta eccezione per il solo promontorio di Portofino. A prima vista può sembrare tutto tranquillo, ma in realtà si tratta di una situazione geologica profondamente instabile. E i tempi della geologia non sono rapidi, possono anche essere molto lunghi, ma vanno avanti comunque in maniera inesorabile”.

Inesorabile come “il moto ondoso, come la continua erosione del mare sulle falesie, di fronte alla quale non c’è alcun sistema di difesa”. Secondo Elter, non si può dissociare tutto quello che avviene da quanto accaduto dal 1970 in poi: “La natura presenta sempre il suo conto e, purtroppo, l’antropizzazione selvaggia è stata regolata esattamente con questo conto. In più, non ci sono risorse sufficienti per la mitigazione del rischio: le singole amministrazioni comunali non le hanno, la Regione Liguria si trova in grossa difficoltà”.

Inoltre, secondo Elter, “l’antropizzazione selvaggia della costa ha prodotto anche un’altra conseguenza, ovvero lo svuotamento dell’entroterra. Anche questo significa terreni non curati, campagne e boschi abbandonati e soggetti a crolli, frane, alluvioni e incidenti di ogni tipo. Serve un ingente sforzo economico per invertire questa tendenza, ma soprattutto occorre che ci sia un netto e preciso cambio di mentalità rispetto alle politiche ambientali”.

Si arriva sempre lì: investire sulla prevenzione per non dover spendere dieci volte tanto nell’emergenza. Ma è un cambio di prospettive duro da mettere in campo, evidentemente. “Se prendiamo comuni come Chiavari o Lavagna – faceva notare Elter – oltre l’ottanta per cento del territorio è urbanizzato. Nel frattempo, in maniera inversamente proporzionale, i territori dell’entroterra si sono svuotati”. C’è da temere che succederà di nuovo. Che la natura tornerà, di nuovo, a presentare il suo conto. A Camogli l’ha fatto sia con i vivi che con i morti.

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