Home editoriale Ha ragione Cingolani: i tabù non salvano il clima

Ha ragione Cingolani: i tabù non salvano il clima

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Il Ministro Cingolani, intervenendo sui temi della transizione energetica alla scuola di Italia Viva a Ponte di Legno, e parlando a una platea di giovani che con i loro figli saranno i veri protagonisti delle politiche contro il cambiamento ambientale, ha spiegato, da fisico quale è, lo stato dell’arte sul cosiddetto nucleare di quarta generazione.

Ragionare sul nucleare è necessario, non solo perché molti Paesi europei ne dispongono e ci stanno lavorando sopra, ma soprattutto perché questa tecnologia, al di là delle sue criticità, è caratterizzata da zero emissioni di CO2 e vi è una forte richiesta francese di inserirla nella cosiddetta ‘tassonomia’ delle fonti a zero emissioni in qualche modo finanziabili dai fondi dell’Unione Europea.

Cingolani si è appunto soffermato sul nucleare di quarta generazione, spiegando che si tratta di una tecnologia ancora non matura e quindi per ora non utilizzabile su larga scala, ma al contempo di una tecnologia interessante perché affronta i nodi critici del nucleare tradizionale: dimensioni e utilizzo di suolo, modalità di raffreddamento e quindi rischi connessi a tutta la parte idraulica di valvole ecc., scorie.

In particolare Cingolani ha testualmente detto: “Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Se a un certo punto si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza è elevata e il costo basso è da folli non considerare questa tecnologia”, ed ha concluso: “Nell’interesse dei nostri figli è vietato ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Stiamo ai numeri, quando saranno disponibili prenderemo le decisioni”.

Cingolani non ha fatto quindi nessuna proposta, si è soltanto limitato a una dichiarazione di principi ‘laica’ rispetto all’analisi costi-benefici di ogni tecnologia.

Nonostante ciò è scoppiato l’inferno. Il cocktail Renzi-Cingolani-nucleare è risultato una specie di bomba. Vasti settori parlamentari del M5S hanno duramente criticato il Ministro per il solo riferimento al termine nucleare, hanno trovato il pretesto per criticarlo su tutta la sua azione di Ministro della Transizione Ecologica (un ministero voluto da loro, e per il quale il Movimento ha proposto proprio Cingolani) e hanno chiesto a Conte di ‘convocarlo per chiarimenti’.

Anche in questo caso, come passa il tempo e come è corta la memoria dei più!

Una volta, ai tempi della crisi della Prima Repubblica, la sola ipotesi che un segretario di partito, e quindi un privato cittadino, ‘convocasse’ un ministro ‘per chiarimenti’ era considerato dai giornaloni e dai partiti populisti un esempio di sporca partitocrazia e un attentato alla democrazia. Oggi nessuno dice niente.

In realtà non c’è stata, né ci poteva essere, alcuna ‘convocazione’ ma un contatto tra Cingolani e Conte che ha chiarito rapidamente la questione.

Nei giorni successivi, così come era successo a qualche scienziato che si è speso molto per la campagna vaccinale, in particolare il nostro amico professor Bassetti, sono iniziate le minacce di morte via web dei soliti leoni da tastiera, e la Digos ha dovuto potenziare la scorta del Ministro, così come pochi giorni prima ne aveva dato una a Bassetti.

Al di là della solidarietà a Cingolani e Bassetti, colpiti dalla cieca violenza di chi ha paura del confronto di idee, la vicenda si presta a una riflessione più generale e a una serie di considerazioni sulla transizione energetica ed ecologica che è necessario fare perché si potrebbe dire che sono di carattere preliminare, epistemologico.

La questione è questa: l’Europa si è data obbiettivi estremamente ambiziosi e stringenti per la riduzione prima e l’azzeramento poi delle emissioni di CO2. Già al 2030, tappa intermedia del programma, le emissioni di CO2 di ciascun paese europeo dovranno essere del 55% in meno di quelle del 1995.

Si tratta di uno sforzo gigantesco che cambierà il modo di vivere, di produrre, di consumare e di muoversi dei cittadini europei. Ci saranno conseguenze rilevanti di questo cambiamento e non è ancora ben chiaro chi pagherà sia in termini economici che sociali questa transizione.

In particolare, rifiutando la logica della decrescita felice che alla fine significa soltanto impoverimento infelice e che nessun Paese al mondo ha intenzione di seguire, men che meno quelli che sono sulla via dello sviluppo, l’attenzione va posta necessariamente sulle tecnologie e sulle imprese che sono le uniche a poter concretamente garantire la transizione.

Il dibattito sulle tecnologie della transizione è molto forte perché a un’impostazione che abbiamo definita laica e non ideologica della questione se ne contrappone una molto ideologizzata, per la quale alcune tecnologie non possono neppure essere prese in considerazione.

L’estremismo ambientalista mostra nei confronti della tecnologia e dell’innovazione in generale sfiducia e sospetti.

L’ideologia pseudoreligiosa che individua nel capitalismo e nell’industria ogni male e nella decrescita l’unica via di espiazione e di uscita dalla crisi ambientale ha preso campo e ricorda, per certi aspetti, tendenze e visioni millenaristiche: catastrofismo, apocalisse imminente, odio per la crescita economica, odio per la civiltà occidentale.

Senza arrivare a questi eccessi si rilevano atteggiamenti ideologici e dogmatici anche in settori della burocrazia europea e in taluni gruppi industriali che sostengono l’unicità di una sola tecnologia (l’elettrificazione) per evidenti ragioni di convenienza.

Al contrario la base di un ragionamento ambientalista ragionevole e concreto è scientifica e non dogmatica e vede nella pluralità delle tecnologie lo strumento indispensabile per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Occorre un atteggiamento basato sull’analisi sistematica dei dati e dei risultati e su una costante valutazione costi-benefici delle diverse tecnologie.

La questione è che le sole energie rinnovabili, solare ed eolico, non ce la fanno a risolvere il problema delle CO2 e non possono essere gli unici strumenti e le uniche tecnologie della decarbonizzazione.

Ciò è tanto più vero in Italia dove, per le caratteristiche oggettive del Belpaese, oltreché per i vincoli burocratici e la rigidità delle Soprintendenze, non si riesce da anni a raggiungere gli obbiettivi programmati di installazione di impianti rinnovabili: se ne dovrebbero realizzare dai 6 agli 8 Giga all’anno, cioè dai 6 agli 8mila MW, e non si riesce a farne più di 0,8 Giga.

Inoltre bisogna risolvere il problema di dare energia elettrica al sistema quando il sole non c’è e il vento non tira. La tecnologia degli accumuli (grandi batterie da mettere ai piedi dei campi fotovoltaici e delle torri eoliche, che si caricano quando gli impianti vanno e rilasciano l’energia quando il sistema elettrico nazionale la richiede) si sta sviluppando solo ora, quindi sembra inevitabile, almeno in un periodo transitorio di 10-15 anni, ricorrere alle centrali a gas per produrre l’energia elettrica che serve a mettere in equilibrio il sistema.

Ebbene, negli ultimi mesi parlare di gas, che di tutti gli idrocarburi è il meno impattante in termini di CO2 e di altri inquinanti, è stato quasi impossibile senza essere coperti da insulti, contumelie e scomuniche.

E così l’idrogeno deve essere solo verde, cioè prodotto da elettrolizzatori alimentati esclusivamente da energie rinnovabili anche se queste non ci sono; e non va bene l’idrogeno blu, cioè prodotto con processi di raffinazione del metano; e non vanno bene le tecnologie di cattura e stoccaggio delle CO2 che possono essere applicate a quei processi industriali che non riescono a decarbonizzarsi completamente.

Ma se l’obiettivo è di ridurre le CO2 fino ad azzerarle perché non si devono utilizzare tutte le tecnologie con le quali è possibile farlo?

Ideologie e tabù: ma ha ragione Cingolani, non è così che si salva il clima.

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