Home editoriale ‘Cybersecurity: la fragilità di aziende e pubblica amministrazione’: se ne parla a Wylab con il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé

‘Cybersecurity: la fragilità di aziende e pubblica amministrazione’: se ne parla a Wylab con il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Mercoledì 1° settembre nel pomeriggio (alle ore 16,30) Giorgio Mulé, Sottosegretario alla Difesa, sarà ospite di Wylab e ‘Piazza Levante’.

Dopo aver visitato l’incubatore di start-up, Mulé parteciperà a un incontro pubblico dal titolo: ‘Cybersecurity: la fragilità di aziende e pubblica amministrazione. Come difendersi’.

Giorgio Mulé, eletto deputato di Forza Italia nel 2018 nel collegio del Ponente ligure, è stato direttore di ‘Panorama’ dal 2008 al 2018. È in quel periodo che ci siamo conosciuti, perché lui e il suo giornale furono tra i pochi a sostenere la mia battaglia di allora, come presidente di Federacciai, per tenere aperta l’Ilva e per contrastare l’esproprio senza indennizzo che lo Stato fece nei confronti della famiglia Riva, esproprio sostenuto da larghi settori dell’opinione pubblica populista e con spirito anti-impresa già allora, parliamo del 2012, largamente presente nel Paese.

Anche per questa ragione è un grande piacere e un grande onore per noi avere come ospite Giorgio Mulé. Tenuto conto della vicinanza della Scuola delle Forze Armate di Caperana, e del ruolo dalla stessa svolto nel campo della formazione di professionalità sulla cybersecurity, il tema di cui discuteremo nell’incontro con lui sarà proprio questo, oggi di grandissima attualità.

Gli ultimi anni e mesi hanno mostrato la grande debolezza e fragilità dei sistemi di protezione dei dati sia delle aziende private che della pubblica amministrazione. Il caso della Regione Lazio e dei suoi dati sanitari in pericolo, preceduto di pochi mesi da analoghe vicende inglesi in cui gli hacker si sono addirittura impossessati delle cartelle cliniche dei pazienti, sono lì a testimoniarlo.

Gli attacchi provengono soprattutto da Est (Russia, Ucraina e Cina), dove gruppi di terroristi informatici non si sa quanto spalleggiati e foraggiati da agenzie pubbliche sono quotidianamente all’opera. È possibile difendersi da questi attacchi? Quali contromisure imprese e Stati possono adottare?

La questione non è solamente tecnologica ma fa parte del più grande gioco in atto tra l’Occidente e i suoi nemici.

La drammatica vicenda afghana e le sue tragiche conseguenze mostrano quanto sia difficile la situazione e come diritti fondamentali, compresi quelli della libertà e della dignità delle donne, diritti che per le società occidentali sembrano acquisiti per sempre, sono ogni giorno messi in discussione.

L’Italia sotto la guida di Draghi e con l’opera del Ministero degli Esteri e del Ministero della Difesa e delle loro strutture operative è impegnata a salvare quante più vite possibile di donne e di uomini afghani che hanno lavorato e collaborato con le nostre organizzazioni pubbliche o con le nostre Ong.

Le Forze Armate italiane sono state a lungo in Afghanistan nella base di Herat, territorio che era stato assegnato all’Italia dalla coalizione internazionale. Il loro impegno in questi quasi venti anni è stato segnato da enormi sacrifici. Abbiamo lasciato sul campo ben 53 morti, di cui 31 uccisi a causa di azioni ostili da parte dei Talebani, e 651 feriti. Draghi li ha giustamente definiti eroi perché erano là per combattere e sconfiggere il terrorismo e per aiutare le popolazioni civili nel loro difficile percorso di vita e di emancipazione.

Spesso abbiamo quasi vergogna a sostenere e difendere le ragioni dell’Occidente. Oggi il disastroso disimpegno dall’Afghanistan, deciso unilateralmente da Trump e confermato da Biden, i cui esiti finali sono ancora tutti da comprendere e valutare, spinge molti, probabilmente gli stessi che si opponevano all’intervento militare della coalizione dopo l’11 settembre, a criticare ancora una volta i valori e le politiche occidentali e a proporre non si sa bene cosa.

Io penso al contrario che l’Occidente e l’Europa in particolare avranno in futuro un ruolo fondamentale nella difesa della libertà e della civiltà messe in pericolo dal terrorismo e dal fondamentalismo estremista islamico.

Soprattutto nel momento in cui gli Usa sia per ragioni geostrategiche, che economiche, che di rispetto della volontà della loro opinione pubblica, saranno sempre meno il gendarme del mondo, spetta all’Europa decidere se diventare o no il principale difensore dei nostri valori.

È chiaro che ciò significa avere una forza armata comune, importante, organizzata e costosa e avere la disponibilità mentale e politica a usarla nei vari teatri del mondo non per ragioni di imperialismo o di neocolonialismo ma per ragioni di difesa della civiltà. L’ombrello americano ci sarà sempre meno e come ha detto recentemente Angela Merkel dobbiamo imparare a fare da soli.

È una scelta difficile ma fondamentale. Non farla significa rassegnarsi al fatto che prima o poi subiremo la forza e la prepotenza degli altri fino a diventare sudditi e non più donne e uomini liberi.

Il dibattito sulla cybersecurity in fondo è tutto dentro questa riflessione. Reagire agli attacchi e predisporre difese adeguate come detto non è solo una questione tecnica o tecnologica ma soprattutto di indirizzo strategico.

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