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Renzi, Draghi e le incertezze del Pd

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Interessante l’iniziativa del comune di Rapallo, che ha deciso di offrire ai suoi cittadini e ospiti una serie di testimonianze di protagonisti della politica. La rassegna si è aperta sabato scorso con la pubblica intervista a Matteo Renzi fatta dal direttore di formiche.net Roberto Arditti e dalla giornalista di Canale 5 Simona Branchetti.

L’incontro, svoltosi presso il Chiosco della Musica sulla passeggiata a mare (e partecipatissimo: almeno 300 persone, molte delle quali in piedi fuori delle transenne) ha consentito a Renzi di presentare il suo nuovo libro ‘Controcorrente’, edito da Piemme.

Un libro instant, nel quale l’ex-premier ripercorre le vicende degli ultimi mesi/anni levandosi molti sassolini dalle scarpe ma soprattutto ribadendo il senso di un indirizzo e un posizionamento politico di Italia Viva che ha consentito al Paese di abbandonare l’esperienza dei governi presieduti da Conte e di avere, in un momento cruciale per il futuro dell’Italia, Mario Draghi come Presidente del Consiglio.

Usando un paragone calcistico, Renzi ha sostenuto che così come Donnarumma dopo l’ultima parata non si era reso conto che l’Italia aveva vinto e che eravamo campioni europei, allo stesso modo gli italiani, o non tutti almeno, non si sono resi conto di che vittoria sia stata e di quanto importante sia oggi avere Draghi alla guida del Paese.

Non bisogna mai dimenticare che l’Italia è in una situazione difficilissima e non solo per i duri colpi del Covid.

È il paese europeo dove la crescita è stata la più bassa in assoluto negli ultimi venti anni.

È il paese europeo che ha più bisogno di riforme (fiscale, della giustizia, della pubblica amministrazione) che colpevolmente non sono state fatte negli ultimi trent’anni e che oggi l’Europa ci impone di fare pena la non erogazione dei 200 miliardi del Recovery Fund.

È il paese europeo con il debito pubblico più alto, abbiamo ormai raggiunto il 160% sul PIL e siamo in grado di reggerlo soltanto grazie ai bassi tassi di interesse garantiti dall’azione delle BCE allora impostata dal Governatore Draghi e continuata oggi dal suo successore Christine Lagarde. Da quando Draghi è presidente del Consiglio, lo spread si è abbassato di 50 basis points, il che significa che annualmente risparmiamo oltre 10 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico.

Avere Draghi in campo, grazie alla difficilissima e coraggiosissima azione di Renzi e alle scelte di Mattarella, significa avere il meglio di cui l’Italia dispone per affrontare con credibilità e competenza le gravi emergenze del Paese. Significa avere un premier di alto profilo europeo che proteggerà il nostro Paese in Europa e gli farà giocare in quel contesto un ruolo sempre più importante, ma che svolgerà anche una funzione di garanzia nei confronti dei mercati finanziari internazionali che determinano il destino di un Paese super-indebitato come il nostro.

Renzi ha ricordato come quest’azione di svolta, per la quale lui e il suo gruppo sono stati determinanti, gli sia costata una campagna mediatica e politica di falsità e di fango che ha cercato di rappresentare le scelte di Renzi e di Italia Viva come irresponsabili, spregiudicate, strumentali, dettate da sete di potere.

Come più volte abbiamo scritto su queste pagine, conosciamo bene queste campagne di demonizzazione dell’avversario politico. Sentiamo da lontano l’odore dell’odio e del disprezzo indotti dalla propaganda. Sappiamo bene da dove vengono, da quali ambienti e subculture.

In particolare le inconsolabili ‘vedove’ di Conte, attestate nel ridotto di un quotidiano che si era illuso per un po’ di tempo di dettare la linea al Governo della Repubblica e che con l’arrivo di Draghi non tocca più palla, sono state e sono  le artefici di questo gioco autolesionista, consistente nel trovare ogni occasione e ogni ragione per contestare l’operato del Governo e di Draghi.

Dalla divisa del generale degli alpini Figliuolo, che ha svolto e sta svolgendo molto bene il suo compito, alla eliminazione del cash-back che, Draghi lo ha dimostrato con dati Istat e di Bankitalia alla mano, favorisce i ricchi e penalizza i poveri, oltre a costare un sacco di soldi che possono essere più utilmente usati per la riforma degli ammortizzatori sociali, alla riforma della giustizia penale che ci dovrebbe liberare dall’incubo della legge Bonafede che abolisce di fatto la prescrizione e costringe cittadini presunti innocenti a subire processi che non finiscono mai, tutto è diventato occasione di contestazione e ricerca dello scontro.

La riflessione di Renzi ci porta inevitabilmente al ruolo del Pd e alla linea politica di questo partito guidato dalla nuova segreteria Letta che al di là di qualche presa di posizione identitaria con scarsa speranza di successo (lo ius soli, la tassa di successione sui grandi patrimoni da destinare come super bonus ai giovani, il decreto Zan da approvare così com’è senza avere i voti per farlo) non sembra ancora aver chiarito fino in fondo il suo indirizzo strategico.

I mesi che verranno stresseranno il Pd, perché il ritorno di Giuseppe Conte alla guida del M5S rischia di tramutarsi in una contestazione identitaria all’azione del Governo Draghi.

Cosa farà il Pd? Starà dalla parte di Draghi o da quella di Conte?

Si accrediterà come vera forza riformista o seguirà un istinto tutto politicista di alleanza con i 5S che gli ha fatto fare grossi errori in occasione della caduta del Governo Conte bis, e che progressivamente spiazzerà il partito fino a farlo esplodere per l’ennesima incompatibilità tra posizioni riformiste e posizioni massimaliste?

La situazione è confusa, perché al di là delle dichiarazioni di prammatica di Letta e dei massimi dirigenti del Pd di sostegno a Draghi, c’è un rischio di scontro su molti temi. Sarà così sulla riforma della giustizia, che nonostante un indirizzo unanime del Governo (compresi i ministri 5S) rischia di essere occasione di scontro in Parlamento. Sarà così sul decreto semplificazioni e sulla gestione del PNRR (i soldi dell’Europa). Rischia di essere così sui processi di transizione energetica ed ecologica che il ministro Cingolani non cessa di ripetere vadano attuati, senza propaganda e slogan ma tenendo conto della sostenibilità economica, sociale e industriale.

Sulla giustizia il Pd dopo aver giurato lealtà a Draghi e a quanto votato anche dai suoi esponenti in Consiglio dei Ministri, non si sa se per compiacere Conte o altro, dice che in parlamento devono essere fatte delle modifiche ‘chirurgiche’ al testo approvato. Ciò rischia di spostare alle calende greche il dibattito parlamentare non rispettando così la tabella di marcia sulle riforme promessa all’Europa. Sul decreto semplificazioni Pd e M5S votano emendamenti contro il parere del Governo mettendo in difficoltà l’azione di Cingolani proprio sull’attuazione rapida del Piano presentato all’Europa; e così via.

La confusione aumenta, ed il semestre bianco (i sei mesi prima dell’elezione del Presidente della Repubblica nei quali il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere) rischia di essere contrassegnato da forti tensioni per l’eccesso di battaglie identitarie e propagandistiche da parte di Conte e del M5S, a meno che i ministri più responsabili, come Di Maio e Patuanelli, non sappiano moderare le spinte di parte del movimento.

Sempre di più appare evidente come ci sia spazio e bisogno di una forza moderata e riformista che si prepari a sostenere Draghi anche quando ci saranno battaglie identitarie e propagandistiche senza senso che renderanno difficile l’azione di governo. Una forza che non regali al solo Salvini il sostegno incondizionato al Presidente del Consiglio.

Matteo Renzi ha dato l’impressione di essere in campo di nuovo con forza e intelligenza, a partire dalla prossima elezione del capo dello Stato dove ancora una volta i parlamentari di Italia Viva saranno determinanti.

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