Home editoriale Piana dell’Entella: io non farei la diga e mi terrei gli orti, è un rischio ragionato

Piana dell’Entella: io non farei la diga e mi terrei gli orti, è un rischio ragionato

da Alberto Bruzzone

di CLAUDIO BURLANDO

Ho letto con grande interesse l’intervento di Tonino Gozzi su ‘Piazza Levante’, relativo alla Piana dell’Entella. Un tema molto delicato: l’ho seguito per dieci anni, ma non ne siamo venuti a capo. E vedo che dopo altri sei anni siamo ancora lì. Preciso che titolare del progetto era la Provincia di Genova, ora Città metropolitana e che naturalmente è necessario il consenso dei Comuni. La Regione Liguria aveva ricevuto un finanziamento finalizzato alla messa in sicurezza idraulica dell’area, direi circa vent’anni fa.

Sono andato a visitare la zona palmo a palmo. Il compendio è di enorme pregio agricolo e ambientale, Tonino ha perfettamente ragione. Ma l’area è esondabile. Per questo ci furono assegnate le risorse (oltre 10 milioni) ed è stato predisposto un progetto per la messa in sicurezza idraulica. Il problema è che questo progetto mette in sicurezza l’area ma la brutalizza, se vogliamo parlare chiaro.

Da una vita si tenta di rispondere a questa domanda: è possibile salvare capra e cavoli? Le verifiche effettuate sono arrivate a questa conclusione: no, non è possibile. Sciûsciâ e sciorbî no se peû. Allora le scelte sono due: o ti tieni il rischio idraulico e conservi una meraviglia, oppure metti l’area in sicurezza ma ti perdi un tesoro agricolo e ambientale unico. Tertium non datur. Questo almeno è quello che hanno risposto tutti i tecnici cui gli Enti si sono rivolti.

Come dicevo, io me la sono andata a vedere più volte e ho parlato con la gente, in particolare con i vecchi. Il fiume esonda, anzi, per essere precisi, esonda spesso. È stato per me illuminante l’incontro con la famiglia che abita nella ‘casa del pompiere’. Mi sono fermato a lungo nei pressi di quella casa e nelle sue pertinenze agricole. E ho parlato con gli abitanti. Alcune di queste persone, in una struttura non ad uso abitativo (una sorta di ricovero per gli attrezzi agricoli) hanno piantato dei chiodi. Un chiodo per ogni esondazione. L’acqua è arrivata qui, poi qui, poi qui… Ho fatto molti incontri di questo genere in giro per la Liguria, ad esempio sul Magra. Ma questo era diverso. Qui non c’era rabbia. C’era poesia. Vede presidente, il fiume esonda. È vero, ma esonda dolcemente. Non è cattivo. Ti dà tempo. Certo devi sapere che anche in casa (costruita comunque sapientemente, se non ricordo male, con la porta d’ingresso un po’ più in alto grazie ad alcuni scalini) non puoi tenere cose importanti nella parte bassa del primo piano. Ma il fiume c’era prima della casa. Questa è una casa vicino all’argine, che la diga non proteggerebbe comunque. Ma anche le altre edificazioni, quelle che la diga proteggerebbe, sono nate ovviamente dopo il fiume. E certamente anche dopo gli orti. Ora questo ragionamento si potrebbe fare anche per le case lungo l’asta del Fereggiano e del Bisagno. Dove abbiamo deciso di spendere 50 più 200 milioni per gli scolmatori. Ma a Quezzi e alla Foce non si vedevano alternative. I fiumi erano ‘cattivi’. Esondavano con violenza, non con dolcezza. Non ti davano tempo e non ti davano scampo. E poi gli scolmatori, uno finito e l’altro appena iniziato, costano cari ma salvano vite e non fanno disastri. Due gallerie, da Quezzi e da Molassana, che, quando serve, portano l’acqua in eccesso nel mare di corso Italia.

La mappa del rischio idraulico del fiume Entella

La diga cancellerebbe per sempre un ambiente unico. Un serbatoio. Un serbatoio di primizie per residenti e turisti. Ma anche per molti contadini della Val Trebbia (ormai tutti per passione, come me), che vanno a comprare negli orti di Lavagna piantine da trapiantare.

Una scelta difficile. Vent’anni di discussioni. Forse più. Ma la burocrazia stavolta non c’entra nulla. Qui è in gioco altro. È in gioco un pezzo antico di una regione bellissima ma molto fragile. Probabilmente unico. Per questo ho condiviso l’intervento di Tonino su una chat di tantissimi amici che abbiamo voluto chiamare ‘Vasta Liguria’, perché questo è l’orizzonte principale che ci eravamo dati quando (ormai tre anni e mezzo fa) è nata questa comunità, ora composta da 150 ‘abitanti’. Ne è nato un dibattito appassionato. C’è chi ha avuto casa da quelle parti e vuole difendere l’integrità del sito. C’è chi ha competenze specifiche (un geologo del Ponente) e vuole cambiare riviera per un giorno per conoscere questo luogo, affascinato dai racconti. Ci si è chiesto: ma si può fare uno scolmatore anche per l’Entella? Non lo so. Ci si può ragionare. Bisogna capire se si può trovare un percorso in cui far passare l’acqua in eccesso. Una ipotesi che non era stata valutata, perché si era partiti dalle risorse disponili, scelta di per sé comprensibile e anche molto genovese. Ovviamente per uno scolmatore, se fosse possibile tecnicamente, servirebbero ben altri fondi, ma è anche vero che c’è un ministro dell’ambiente (ora si chiama transizione ecologica), ligure d’adozione, che ha a disposizione (anche) risorse per rimediare al dissesto idrogeologico. E si potrebbe parlargliene. Del resto per il Rio Magistrato di Santa Margherita facemmo questa scelta con la nostra amministrazione regionale e ora siamo quasi a tiro. E anche per il Rupinaro di Chiavari si comincia a pensare a una soluzione del genere. Intendiamoci bene: sono tutte scelte ‘contro natura’, perché i fiumi avrebbero tutto il diritto di esondare quando vogliono, tanto più che ‘in cambio’ rendono incredibilmente fertili le terre che periodicamente invadono. Studiamo pure questa possibilità anche per l’Entella.

Tuttavia siccome è troppo facile buttare la palla in corner, non voglio sottrarmi alla domanda clou: e se non si può? e se bisogna scegliere?

Dopo 16 anni confesserò il convincimento cui sono arrivato, ma che non ho mai detto a nessuno. Io non farei la diga e mi terrei gli orti. Mi rendo conto che non è facile prendere ufficialmente una posizione del genere. Anche per il rischio penale. Infatti si è sempre deciso di non decidere. Ma col conforto ad esempio delle Soprintendenze, organizzando una campagna di informazione seria, preventiva e puntuale ad ogni allerta, allora in questo caso – e solo in questo caso per la mia esperienza ligure – si potrebbe provare a ‘convivere’ col rischio di un fiume che esonda ‘dolcemente’.

Draghi direbbe: un rischio ragionato.

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