Home Attualità Percorsi millenari: il sito del Castellaro di Uscio e le tante altre tracce del nostro passato nell’entroterra ligure

Percorsi millenari: il sito del Castellaro di Uscio e le tante altre tracce del nostro passato nell’entroterra ligure

da Alberto Bruzzone

di ROBERTO MAGGI *

Iniziai a lavorare nella Soprintendenza archeologica il 5 marzo 1980. Poche settimane dopo mi recai a Loto, nell’entroterra di Sestri Levante. Lì nel 1888 un contadino trovò sotto un muro di fascia quello che gli archeologi chiamano ‘ripostiglio’, contenente un lingotto di rame e alcuni oggetti di bronzo tra cui una punta di lancia, un disco, ed un bellissimo braccialetto (armilla per gli archeologi) che per forma e decorazione è databile al X secolo a.C. ed è oggi esposto al Museo di Archeologia Ligure (Genova Pegli).

L’armilla del ripostiglio di Loto (X secolo a.C.)

Volevo vedere la zona e in fondo speravo che qualche memoria orale di un fatto che all’epoca poteva aver suscitato clamore permettesse di identificare il punto del ritrovamento. Nulla; ricavai però un aneddoto dal gestore della trattoria U Diau: prima della guerra, la domenica, i giovanotti del posto andavano a prendersi un caffè al bar Zucca di Lavagna, ovviamente a piedi.

Loto è sul versante destro della Val Gromolo; chiacchieravamo sotto il pergolato quando il mio sguardo intercettò sul versante opposto della valle le forme rosso cupe della miniera di rame di Libiola, chiusa nel 1964.

Nel 1876 Fredric Y. Brown direttore dell’azienda di famiglia Libiola Copper Mining dedusse che la miniera era già stata coltivata in epoca anteriore all’uso del ferro perché alcune vene di minerale risultavano usufruttate in antico ed in profondi cunicoli generati da quelle estrazioni si rinvennero in ottimo stato di conservazione molti utensili di legno come badili, martelli e cunei.

Di essi oggi sopravvive un manico (di quercia) uguale a quello dell’ascia di cui era munito il celebre Ötzi (l’uomo del Similaun, a cui è dedicato un intero museo a Bolzano), che il Brown regalò ad Arturo Issel, ‘padre’ della Preistoria ligure, in visita per osservare le antichissime tracce di lavorazione.

Anche questo importantissimo manufatto, eco delle più antiche attività minerarie, è conservato al Museo di Archeologia Ligure, mentre un calco è visibile nel Musel di Sestri Levante. Nel 1964 Giuseppe Isetti ne riscontrò l’analogia con strumenti rinvenuti nella miniera di sale di Hallstatt (Austria), che iniziò l’attività nel 1500 a.C., e ipotizzò che il rame estratto a Libiola fosse servito a confezionare i molti monili di bronzo rinvenuti nella necropoli di Chiavari, del VII secolo a.C. (esposti nel museo di via Costaguta). Dopo di lui Marco Tizzoni osservò che armille simili alla nostra sono state rinvenute a Zerba (appennino piacentino), e poi nel pavese e su fino al Ticino, e che ciò poteva indicare un itinerario transappenninico di distribuzione del metallo, via Loto, Ramaceto, passo della Forcella, Val d’Aveto, Ottone e Zerba.

Stuzzicava l’idea che il ripostiglio di Loto fosse la scorta di un fabbro o di un mercante collegato all’estrazione del rame di Libiola, ed il racconto del Diau cadeva a proposito. I giovani di Loto prendevano il sentiero di crinale che sale al Capenardo e prima delle Rocchette piega a sud verso S. Giulia da dove scende a Lavagna. Ma se dal Capenardo si prosegue in quota lungo la costa di S. Giacomo si incontra un crinale che scende rapido a sud ovest, incontra un picco denominato castello (dove raccolsi piccoli frammenti di vasi apparentemente preromani) e poi raggiunge l’Entella poco a monte di . È questo il percorso che portava il rame alla Chiavari preromana? La suggestione poggia su pochi indizi e necessita conferme; tuttavia dapprima la datazione radiocarbonica eseguita nel 1986 del manico di Libiola al 3500-3200 a.C., e successivamente gli scavi congiunti della Soprintendenza e dell’Università di Nottingham nella miniera di Monte Loreto, testimoniano che i giacimenti di minerale di rame del Sestrese erano coltivati  già quindici secoli prima della deposizione del ripostiglio di Loto e della produzione bronzea di Chiavari (i risultati degli scavi sono riassunti nel polo archeominerario di Masso, Castiglione Chiavarese).

Miniera di Libiola: manico di quercia 3500-3200 a.C.

Inoltre è accertato che nelle Età del Rame, del Bronzo e del Ferro (dal 3500 a.C. alla conquista romana del II secolo a.C.) le vie di crinale costituivano l’ossatura delle comunicazioni via terra.

Nel Tigullio non conosciamo strade preromane, d’altra parte la bassa densità di popolazione difficilmente poteva fornire sufficiente mano d’opera per opere viarie e tanto meno per arginare torrenti che col continuo spostamento di letto nell’alveo le avrebbero disturbate. Si aggiunga che le piane costiere hanno raggiunto l’assetto attuale negli ultimi secoli, prima c’erano lagune e paludi, se non il mare.

Lo spazio agricolo costiero era dunque ridotto; d’altra parte l’economia prevalente era la pastorizia. Il paesaggio odierno è esito dei cambiamenti della gestione del territorio indotti dall’incremento demografico iniziato nel Quattrocento e proseguito nei secoli successivi. Le cresciute necessità alimentari spinsero a intensificare l’agricoltura, che richiese la costruzione della nota grande quantità di terrazzamenti. La terra smossa dalle miriadi di costruzioni, trasportata a valle dalle piogge e dai torrenti, andò a colmare le lagune e determinò l’aggradazione delle zone pianeggianti presso le foci dei torrenti. Prima di questa grande trasformazione i versanti, spesso ripidi e in buona parte forestati, mal si prestavano al transito di greggi. Per tutto questo ben si comprende che in un territorio poco popolato e non ancora diffusamente terrazzato i crinali, naturalmente sgombri di vegetazione arborea, con le loro ampie visuali offrivano le migliori occasioni di movimento per le transumanze e le comunicazioni alternative al mare, soprattutto se non presentavano eccessivi dislivelli.

Ne è prova il lungo spartiacque parallelo alla costa che collega Chiavari con Genova. Parte da S. Pier di Canne, sale all’Anchetta (m. 549), continua per Montallegro (m. 612), raggiunge il Manico del Lume (m. 801), scende ai 580 metri del passo della Spinarola e prosegue fino al Colle Caprile (m. 470), dove oggi si inserisce nella strada di crinale (la cosidetta Tavianea) che dopo il monte Cordona (m. 803) raggiunge il Fasce (m. 834) alle spalle di Nervi, da dove scende rapidamente al Bisagno.

Un crinale nei pressi del Castellaro di Uscio

Altri crinali sono invece perpendicolari alla costa. Uno di essi origina poco sopra il Castellaro di Camogli (sito occupato nell’Età del Bronzo ed in quella del Ferro: reperti esposti presso il locale Museo Marinaro): dal monte Escli (m. 441), via Costa di Caravaggio un sentiero va a incrociare il crinale di cui sopra poco sotto il monte Borgo (m. 729), da dove un paio di altri brevi crinali, oggi privi di sentieri ‘ufficiali’, scendono in Val Fontanabuona all’altezza di Ferrada.

Il monte Borgo si trova pertanto all’incrocio fra la direttrice Genova-Chiavari parallela alla costa e quella Camogli-Ferrada ad essa perpendicolare. La vetta del monte Borgo è peculiare: margini estremamente scoscesi rendono difficile accedere alla sommità, che è sorprendentemente costituita da un ampio pianoro triangolare di bassa pendenza, da cui si godono eccezionali vedute.

Tutto il Tigullio da un vertice, il Golfo Paradiso fino a Genova dall’altro, le catene dell’entroterra e un tratto di Fontanabuona dal terzo. Qui negli anni 1970 Augusto Nebiacolombo rinvenne testimonianze di occupazione pre-protostorica. Successivamente, fra il 1981 e il 1985 ebbi l’onore di dirigere cinque campagne di scavo archeologico, insieme alla collega Piera Melli e con la collaborazione degli amici Getto Viarengo e Ivo Tiscornia (recentemente scomparso per un assurdo incidente stradale).

Risultò che il sito, noto in letteratura come Castellaro di Uscio, è stato occupato dal primo Neolitico (5500 a.C.) fino al II secolo a.C., quando la globalizzazione di Roma cambiò le modalità insediative e la distribuzione dei prodotti (nella foto in alto, il Tigullio visto dal Castellaro di Uscio).

Tra i reperti che più mi colpirono ricordo una piccola lama per accetta, fatta non di metallo ma con la cosiddetta ‘pietra verde’, una roccia ofiolitica compatta e resistente che si presta all’affilatura per armare appunto strumenti per lavorare il legno, tagliare alberi, zappare e altri usi. La nostra era piccola, lunga appena 4 cm e pensai che fosse servita per lavori di fino o a prelevare giovani rami dalle latifoglie per farne foraggio fogliare, secondo la tecnica della scalvatura, attestata 7000 anni fa e ancora praticata nel nostro appennino fino agli ultimi decenni del secolo scorso.

Rocce di quel tipo sono diffuse sul Bracco, e da lì pensammo provenisse, finché l’analisi petrografica di Luciano Cortesogno la classificò ‘metaofiolite di alta pressione’ (HP), le cui fonti più vicine sono sul Monviso e sul Beigua. Si tratta di una varietà dotata di proprietà particolarmente adatte agli usi in questione, ben superiore alle ofioliti di bassa pressione che abbondano sul Bracco.

Successive ricerche multidisciplinari italiane e francesi verificarono che la materia prima del Monviso e del Beigua fu apprezzata e largamente diffusa in Europa prima di venire sostituita dal bronzo e dal ferro. Comprendemmo allora il significato di alcuni ciottoli che avevamo rinvenuto. Erano anch’essi metaofiolite HP, ovvero erano materia prima in corso di distribuzione. Fu una scoperta stupefacente: i nostri antenati di seimila anni fa con le loro conoscenze empiriche erano perfettamente in grado di eseguire diagnosi dei materiali per le quali oggi i petrografi usano il microscopio.

I ciottoli di buona metaofiolite HP erano pertanto ricercati. Forse qualcuno sul Castellaro di Uscio era coinvolto nella distribuzione (oggi diremmo nel network commerciale) di quell’importante materiale, oppure un viandante che sostava in attesa di concludere scambi collocò quei ciottoli in un ‘ripostiglio’, che come quello di Loto per gli accidenti della vita rimase ignoto fino alla scoperta operata dal caso o dall’archeologia. Resta il fatto che per armare asce e accette all’ofiolite più vicina del Bracco si preferiva quella migliore ma più lontana del Monviso o del Beigua, che veniva avviata al consumo verso sud lungo il percorso che passa per il Castellaro di Uscio.

Lo scavo rinvenne anche diversi frammenti di recipienti di terracotta. Le analisi degli impasti condotte da Sergio Sfrecola riconobbero ben sette diverse zone di produzione in funzione delle caratteristiche mineralogiche delle terre utilizzate; sei di esse sono individuabili geograficamente. Una delle terre è locale: deriva dagli argilloscisti e può essere stata raccolta direttamente sul posto o nel fondovalle. Un’altra terra, derivante dalla degradazione dei gabbri, conferisce ottime proprietà refrattarie, tanto che è tuttora usata per i ‘testi’: è rinvenibile su un vasto territorio a levante dell’Entella, fino alla media Val di Vara. A occidente sono attestate provenienze dalla bassa Val Polcevera, dal Savonese e più lontano dal versante alpino ma anche dalla Valle del Rodano. Infine alcune componenti di origine vulcanica marcano chiaramente la provenienza toscolaziale se non campana di alcune anfore etrusche.

Insomma, per cinquemila anni il piccolo abitato posto sulla sommità del monte Borgo, protetto da scoscesi versanti, dotato di ampia visuale a 360 gradi, è stato crocevia di transumanze e di scambi. Se possiamo considerare certo che le anfore etrusche raggiunsero il sito per il loro contenuto di vino (lo scavo ha invenuto anche frammenti di lussuose coppe per bere a vernice nera), è probabile che molti altri recipienti di tutte le epoche passarono lassù soltanto in transito, trasportati dai pastori o da viandanti, perché il loro contenuto era destinato altrove. Alcuni esemplari invece sono stati utilizzati sul posto fino a rompersi e pervenire fino a noi

A parte la produzione locale, presente in tutte le epoche, i vasi neolitici e dell’Età del Rame/Antica Età del Bronzo (dal 5500 al 1800 a.C.) provengono o dalla Val Polcevera o dal territorio a levante di Chiavari. Invece tutta la ceramica del Bronzo Finale (X-IX secolo a.C.), così come l’intera produzione dell’avanzata età del Bronzo di Camogli, di Chiavari e di altri siti minori del Tigullio, è fabbricata esclusivamente con le terre dei gabbri. Tale omogeneità tecnologica è probabilmente indice di una organizzazione socioterritoriale strutturata, che si può suggestivamente immaginare connessa alla formazione della tribù preromana dei Liguri Tigullii.

Nel corso dell’Età del Ferro, a partire dal V secolo a.C., con lo stringersi del rapporto con gli Etruschi, l’area dei contatti si ampliò, e financo eleganti coppe da vino della greca Massalia (Marsiglia) raggiunsero e vennero usate sul nostro piccolo Castellaro.

Tra i materiali allora preziosi trattenuti sul posto non manca l’ambra baltica, rinvenuta in forma di monili negli strati dell’Età del Bronzo del X-IX secolo a.C., così come le rare e apprezzate perline di vetro blu. È sorprendente scoprire che tremila anni fa questo minuscolo borgo di montagna si approvvigionava di oggetti di lusso, segno di un’economia ben al di sopra della mera sussistenza (una selezione dei reperti è esposta al Musel di Palazzo Fasce a Sestri Levante).

Per concludere, mi piace osservare che un piccolo scomodo abitato di montagna, di non più di dieci capanne, è di fatto il rappresentante pervenuto fino a noi di società che nel susseguirsi dei millenni hanno attraversato sostanziali trasformazioni sociali, culturali, economiche e tecnologiche.

Golfo del Tigullio: schema dei principali percorsi protostorici di crinale

L’occupazione antropica della sommità del monte Borgo non è stata continua nei suoi cinquemila e più anni di storia; ci sono stati almeno due periodi di abbandono. Non sappiamo se ad essi corrispose il disuso del corrispondente sistema di percorsi. Forse no se ogni abbandono fu seguito da una rioccupazione più intensa, dotata di nuove conoscenze e nuove tecnologie, e socialmente più attiva, come suggerito dalla capacità di connettersi proficuamente con territori ed economie sempre più lontane. In altre parole, le due crisi registrate dall’archeologia, una della media Età del Bronzo ed una della prima Età del Ferro furono seguite da altrettanti rinascimenti. Vogliamo immaginare che anche la presente grave fase di abbandono del nostro entroterra, foriera di pesante degrado paesaggistico, ambientale, sociale ed economico, preluda a un nuovo rinascimento. Le premesse ci sono, sarebbe infatti paradossale se le enormi conoscenze oggi a disposizione non fossero capaci di individuare le risorse atte a rendere la qualità di vita in montagna più intensa e confortevole. La scienza, la tecnologia, le conoscenze sociologiche e storiche, il denaro (il mondo ne è strapieno) non mancano, i soggetti men che meno, ancorché quelli più operativi potrebbero avere colore scuro della pelle. Non ci resta che auspicare una politica consapevole, capace di fare nell’imminente futuro quel che con la tecnologia e la socialità s’è saputo fare negli scorsi millenni.

Ringrazio il Civico Museo di Archeologia Ligure per la concessione della fotografia dell’armilla di Loto.

Il link al sito dei Musei di Genova e del Museo di Archeologia Ligure è: https://www.museidigenova.it/it/museo-di-archeologia-ligure-0.
La pagina Fb: @MuseoArcheologiaLigureGenova

(* già Soprintendenza archeologica della Liguria – Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale
dell’Università di Genova – Email: romaggi2003@libero.it).

Bibliografia

  • Brown F.Y. 1876 – Nozioni storico-statistiche sulla miniera ramifera di Libiola, situata nel territorio di S. Vittoria comune di Sestri Levante, Tipografia Schenone, Genova, 14 pp.
  • Del Lucchese A. 2004 – Alle radici degli antichi Liguri. Dal Bronzo Medio alle fasi iniziali dell’età del Ferro (XVI-VIII secolo a.C.), in De Mrinis R.C. e Spadea G., I Liguri, Skira, Milano, pp. 113-116.
  • Isetti G. 1964 – Il rame dei Tigullii ed il problema di Chiavari, Rivista di Studi Liguri, XXX, pp. 83-90.
  • Maggi (a cura di) 1990 – Archeologia dell’Appennino Ligure. Gli scavi del Castellaro di Uscio: un insediamento di crinale occupato dal Neolitico alla conquista romana, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 346 pp.
  • Maggi 2015 – I monti sono vecchi, De Ferrari, Genova, 224 pp.
  • Rossi G., Isetti E. in corso di stampa, Il ripostiglio di Loto (Sestri Levante, Genova). Ipotesi e nuove scoperte, in Preistoria e Protostoria della Liguria – Rivista di Scienze Preistoriche.
  • Tizzoni M. 1977 – Il ripostiglio del Bronzo Finale di Zerba (Piacenza), in Atti della XIX Riunione scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (1975), Firenze, pp. 311-326.

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