Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Anatomia di un abbandono

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Anatomia di un abbandono

da Alberto Bruzzone

di FAUSTO FIGONE *

Il tema del degrado ambientale che affligge il territorio ligure d’entroterra presentandolo, con sgomento – e anche, lo confesso, con una punta di indignazione – allo sguardo come un mondo in abbandono in cui si stagliano, in rari casi, timide oasi di attenzione, è argomento che in più sedi viene trattato e in più occasioni se ne propongono ricette curative.

Vorrei affrontarlo, seppur succintamente, dal punto di vista storico, cioè analizzando appena il percorso e le motivazioni che hanno condotto a questa situazione, ritenendo che questo possa essere di qualche utilità per chi si propone di affrontare il problema di un ‘recupero’ di questo ‘patrimonio’ ed evidenziando come il degrado ambientale sia diretta conseguenza dell’abbandono dell’uomo, a cui l’uomo è stato costretto.

Se pensu che lì gh’êa tüttu cultivòu e òua gh’è pin de razze!…

Quante volte l’ho sentito ripetere – e in luoghi diversi – con tono di voce oscillante fra il nostalgico e il rassegnato, da qualche anziano mentre col gesto indicava una zona terrazzata di pendio o una parte pianeggiante completamente invase da rovi e infestanti!

E il tempo intercorso fra quel gh’êa e il presente è racchiuso in pochi decenni, perché tanto è bastato a determinare il degrado desolante di un paesaggio agrario da tempi immemorabili gelosamente curato e custodito.

E neppure è stato necessario tutto quel tempo per causare il dissesto, in quanto il periodo determinante è di fatto limitato a un paio di decenni, nel corso dei quali si è consumato l’abbandono dell’attività agricola da parte delle famiglie contadine.

Nello spazio di pochi anni tutto un ‘mondo’ con le sue tradizioni, le sue consuetudini, i suoi saperi – in conclusione, con la sua cultura – è andato perduto, dissolto e inghiottito nel nuovo contesto socio-culturale prepotentemente sopraggiunto.

E questa impetuosa e pervasiva onda di marea culturale ha fissato nuovi codici secondo i quali tutto ciò che apparteneva a quel passato andava rimosso in quanto definitivamente superato e irrecuperabile, ed anzi fattore di ostacolo e contrasto al nuovo percorso di sviluppo e di ammodernamento che stava attraversando il Paese e risaliva quasi tutte le vallate.

Tuttalpiù se qualcosa si recuperava, questo avrebbe rappresentato non altro che un elemento di curiosità da inserire in una qualche collezione di ‘cose perdute’, fosse esso costituito da un oggetto materiale o da una qualunque forma di ‘sapere’ o ‘memoria’.

Solo recentemente ci si sta accorgendo – purtroppo con desolante ritardo – che questa operazione di indiscriminata rimozione ha rappresentato una forma di presunzione culturale che ha trascurato tutto ciò che quel ‘mondo’ conteneva come insieme di valori e ‘saperi’ accumulati in secoli di esperienze e che a seguito di ciò sono andati in gran parte perduti.

È triste ma inevitabile prendere atto che il fenomeno migratorio che ha interessato così profondamente le nostre comunità non ha colpito solo la materialità dei luoghi, ma anche l’immaterialità delle culture in cui questi erano immersi. Si sono così perduti non solo gli oggetti e gli attrezzi, ma anche i loro significati, le motivazioni della loro fabbricazione, i saperi sul loro utilizzo, la terminologia che li descriveva. Il degrado del territorio ha causato non solo la cessazione delle coltivazioni e la perdita dei prodotti, ma addirittura la perdita dei toponimi – in particolare i microtoponimi – che indicavano i vari luoghi, le varie ‘terre’ o porzioni di esse; i modi di dire che descrivevano determinate situazioni o pratiche lavorative. E tutto ciò in maniera purtroppo irrimediabile, in quanto materiale non giacente in alcun archivio materiale, perché privo di supporto scritto ed esclusivamente conservato nella memoria, trasmesso di generazione in generazione oralmente e – soprattutto – attraverso la pratica quotidiana.

Quanto più ci si addentra nello studio della storia delle comunità locali (ma non molto differente è ciò che succede in contesti anche assai più ampi) tanto più ci si rende conto che l’evoluzione del loro quadro socio culturale si sviluppa piuttosto per discontinuità che per continuità, e questo si riverbera e si disegna nel paesaggio culturale a esse riferito. Quando si tratti – come nel caso – di comunità agricole, o quanto meno che abbiano in quella di matrice agricola la cultura di riferimento, la discontinuità di cui si parla si mostra in tutta evidenza nel paesaggio agrario in cui la comunità è inserita, e il contesto territoriale di gran parte dell’entroterra ligure di levante ne rappresenta indubbiamente una testimonianza.

La trasformazione netta – intesa come degrado – subita da questa fascia di territorio nei decenni 1950-1970 rappresenta oltre ogni dubbio uno dei più chiari esempi di discontinuità paesaggistica che si possano pensare, segno inequivocabile di una altrettanto netta discontinuità socio culturale attraversata dalle comunità in quel territorio storicamente insediate. Occorre percorrere a ritroso un lungo cammino nei secoli per incontrare qualcosa di simile: forse solo le incursioni saracene o l’invasione longobarda avevano prodotto stati di abbandono e degrado simili a quelli di cui stiamo trattando. Ma qui si trattava di decisioni tragicamente imposte da motivi di sicurezza, non di scelte e le aspirazioni delle comunità estromesse erano quelle di un possibile ritorno e ripristino delle condizioni abbandonate. E, nel nostro caso, nemmeno si tratta di una discontinuità di tipo coltivativo; le trasformazioni del quadro agrario non sono dovute a repentine scelte di sostituzioni di coltivazioni conseguenti all’andamento dei mercati, di cui si hanno eclatanti esempi in altri settori del territorio ligure, che però sempre restavano all’interno di un approccio che contemplava l’uso produttivo del suolo. Qui si tratta semplicemente, e crudamente, di un abbandono non solo colturale ma, e forse soprattutto, culturale del contesto socio economico tradizionale. E questo in maniera definitiva.

Un altro degli aspetti peculiari propri di questo processo è rappresentato dalla sua velocità di svolgimento, che ha fatto sì che diverse ‘classi’ generazionali lo vivessero interamente, ciascuna nell’ambito delle esperienze e delle decisioni competenti alla propria fascia di età.

I primi sintomi del processo iniziano ad avvertirsi a far capo dai primi anni del Novecento, con lo sviluppo industriale che si manifesta principalmente attraverso la messa in attività di stabilimenti situati nelle borgate costiere. Esso interesserà in maniera sempre più rilevante il contesto socio economico delle comunità limitrofe, introducendo i primi elementi di instabilità che si riveleranno in seguito determinanti nel guidare l’evoluzione dell’esodo che prenderà corpo qualche decennio più tardi. Tuttavia per la prima metà del secolo l’attività agricola continua a rimanere la principale – e caratterizzante – occupazione delle nostre comunità d’entroterra.

Saranno gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale che segneranno l’inizio di un processo che condurrà, con intensità crescente, alla dissoluzione del ‘mondo contadino’ nell’arco di solo un paio di decenni.

Riferendoci al quadro nazionale, con gli anni ’50 si registra infatti nell’economia italiana un mutamento di rotta in cui la politica e i conseguenti finanziamenti si rivolgono in maniera nettamente prevalente verso l’industria, che sarà destinata a diventare, negli anni del cosiddetto ‘boom’, il settore trainante del Paese.

E anche a livello locale è in quel periodo che un sempre maggior numero di contadini abbandona la terra per trovare occupazione negli stabilimenti industriali costieri o in attività che vanno emergendo dal mutato contesto socio economico generale.

Le scelte legislative adottate dalla politica agricola, sostanzialmente rivolte a grosse realtà produttive strutturate e meccanizzate, interessarono solo marginalmente il contesto rurale locale, caratterizzato da un appoderamento frantumato in un’infinità di piccoli lotti, su cui si praticava una coltivazione promiscua di sussistenza difficilmente meccanizzabile o, quanto meno, alla quale non sono applicabili criteri e parametri adottati in contesti agricoli di altre regioni.

L’approccio adottato dagli Enti sovra territoriali per il nostro territorio è sempre partito dal presupposto della non economicità degli investimenti nel settore e quindi della non sostenibilità politica degli interventi legislativi a supporto (ed è questa – mi sia consentito l’inciso – la causa di fondo dello stato di abbandono attuale, ed alla quale occorre inevitabilmente fare riferimento in qualsiasi progetto o programmazione di recupero ambientale o pseudo tale). Mai si è considerato che l’attività agricola esercitata nelle nostre campagne rappresenta non solo – e forse non tanto – un fattore produttivo, ma un insostituibile elemento di tutela e conservazione del suolo il cui abbandono avrebbe inevitabilmente condotto a situazioni di degrado con esiti di gravità difficilmente prevedibile di cui ci si troverà poi a rincorrere affannosamente le conseguenze.

Si è sempre considerato un bilancio parziale dell’economicità agricola locale e mai è stata presa in considerazione una valutazione globale, in cui entravano a far parte i costi determinati dai dissesti territoriali riconducibili all’abbandono.

Non si è capito, o non si è voluto capire – per superficialità o per scelta calcolata – che assistere passivamente all’abbandono di un territorio come quello delle fasce del nostro entroterra – fra l’altro di una fragilità estrema – che solo la presenza del lavoro dell’uomo poteva conservare, avrebbe condotto nel lungo periodo a situazioni di fatto irreversibili.

E così, parlando di politiche demografiche – se per queste intendiamo gli atti di politica economica, fiscale, assistenziale/previdenziale o di altra natura volti in qualche modo a influenzare i comportamenti demografici, e in particolare a esercitare una azione di contrasto alle tendenze emigratorie e di abbandono del contesto rurale da parte delle nostre comunità agricole – si può tranquillamente affermare che nel secondo periodo post bellico da parte governativa non solo quasi nulla è stato fatto ma anche ben poco è stato razionalmente programmato.

Nulla è stato preventivato e messo in campo per introdurre nel contesto agrario locale elementi a sostegno atti a creare condizioni economiche e previdenziali se non pari perlomeno confrontabili con quelle offerte dal settore occupazionale industriale o comunque extra rurale. Condizioni che avrebbero probabilmente contribuito a presentare il momento della scelta emigratoria in un clima diverso.

È consequenziale e inevitabile che partendo da questi presupposti l’esito non poteva che essere quello che poi di fatto è stato.

La campagna diventa luogo da cui fuggire in quanto simbolo di lavoro duro, di scarsi risultati, di grandi disagi, di fatiche insostenibili, di insufficienti – se non nulle – tutele previdenziali.

E inizia così l’abbandono dei campi, dei poderi, che da tempi immemorabili avevano costituito il principale sostentamento delle passate generazioni.

Entrata in crisi l’autosufficienza del podere, era inevitabile che si cercassero nuovi sbocchi sociali indirizzando i contadini verso altre occupazioni, quasi tutte non presenti nel panorama delle offerte interne alla comunità locale, obbligandoli quindi o all’emigrazione definitiva verso i luoghi sede delle nuove attività o a esse prossimi (nella maggior parte dei casi le borgate di riviera o limitrofe) o trasformandoli in più o meno autonomi pendolari.

Il recupero dei nostri ‘paesaggi’ d’entroterra, intesi come ‘paesaggi culturali’, cioè costruiti e mantenuti dall’attività delle comunità insediate potrà aver luogo – nel concreto e al di là delle accademiche dichiarazioni – solo quando le scelte politiche a livello sovra territoriale renderanno possibili l’esercizio di queste attività riconoscendo dignità a pratiche e saperi contadini attivati localmente, in base a un rapporto di profonda conoscenza del territorio.

Bibliografia
Fausto Figone, È tempo di migrare, Gammarò, Sestri Levante, 2014.

(* Direttore del Museo Diffuso della Cultura Contadina, 16030 Velva – Castiglione Chiavarese, GE)

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