Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – One e ontani: pratiche antiche per un possibile futuro

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – One e ontani: pratiche antiche per un possibile futuro

da Alberto Bruzzone

di CLAUDIA VACCAREZZA *

Passeggiando lungo i sentieri che disegnano i versanti della montagna del Tigullio è facile imbattersi, del tutto inaspettatamente, in una specie arborea poco appariscente. È una pianta facilmente riconoscibile nella stagione estiva per le infiorescenze femminili a forma di piccola pigna e per le foglie dalla forma simile a quelle del nocciolo, ma più lucide e spuntate, e di un verde scuro intenso.

È conosciuta dai botanici come Alnus glutinosa, dagli anziani del posto con il nome di ona: l’ontano nero.

Normalmente si trova presso le ombrose e fresche sponde di rii, ruscelli e torrenti ma quando lo incontriamo lontano dagli ambienti umidi possiamo essere certi che non si trova lì per caso, ma che è vi è stato piantato per scopi ben precisi in epoche passate. Probabilmente chi mise a dimora quell’esemplare ne conosceva le proprietà fertilizzanti, anche senza sapere che esse sono dovute alla capacità di sviluppare tubercoli radicali simbiotici con un batterio azotofissatore appartenente al genere Frankia.

Nella montagna appenninica, tra la val Trebbia e la val d’Aveto, Sabrina Bertolotto e Roberta Cevasco, durante ricerche sulla copertura vegetale, hanno individuato alcuni boschi in cui dominava l’ontano bianco (Alnus incana), in contesti dove questa specie avrebbe dovuto essere assente oppure sporadica.

Inoltre, queste formazioni presentavano chiari segni di utilizzo, interpretabili come risultato di pratiche colturali. L’evoluzione verso studi di ecologia storica dei siti ha permesso di definire queste formazioni anomale all’interno di una sistema agro-silvo-pastorale che sembra essersi mantenuto almeno fino alla metà del XIX secolo.

La pratica dell’alnocoltura, così chiamata dalle due ricercatrici in assenza di una terminologia locale che potesse identificarla, rientra nel sistema di semina temporanea meglio conosciuta dei ‘ronchi’. Il ‘ronco’, in questo caso, veniva effettuato con l’ontano bianco, specie poco longeva, ma facile alla produzione di polloni in un ciclo di lunghissima rotazione di 15-20 anni.

La fertilizzazione del terreno, utilizzato per le colture cerealicole e per il pascolo soprattutto ovino, era assicurata, oltre che dalle deiezioni degli animali, appunto, anche dall’ontano, che veniva ad integrare una disponibilità di concime altrimenti sempre alquanto scarsa.

Anche nell’area costiera sono state messe in luce pratiche differenti rispetto a quella appenninica, ma che, come quella, utilizzano la capacità dell’ontano di arricchire in azoto il terreno agrario, permettendo di sostituire o integrare l’uso di concime animale.

Oggi quest’uso è quasi del tutto scomparso, ma nel passato ha dato origine a paesaggi nascosti, che possiamo ricostruire attraverso l’analisi dei pollini fossili in suoli o in torbiere e che trovano riscontro incrociati con dati provenienti da fonti documentarie e orali.

Piccoli appezzamenti coltivati a ontano, ancora attivi fino ai primi anni del 2000, sono stati rintracciati sul monte San Giacomo a Cogorno, dove l’alneto, posto su piccole terrazze gradonate, veniva coltivato a ceduo per la produzione della foglia, interrata quale fertilizzante, oppure per favorire la produzione di fieno di buona qualità.

Questa pratica trova conferma in numerose fonti d’archivio. Nelle Consegne dei Boschi e Selve, una documentazione prodotta intorno al 1820 dall’amministrazione forestale del Regno di Sardegna, relativa al Comune di Lavagna, per località poste sul versante marittimo del monte San Giacomo, sono registrate diverse particelle di bosco ad uso di lettame e particelle di bosco con cespugli e altri piccoli alberi dove vi si taglia del lettame per farne concime, e altri rami per acconciar la vigna”. Presumibilmente il bosco ad uso di lettame era proprio il nostro alneto, o uno come quello, tenuto a cespuglio.

Si faceva così già nel Settecento, come risulta dall’Inchiesta dell’Instituto Nazionale della Repubblica Democratica Ligure, per diverse località tra cui Cogorno, promossa tra il 1798 e il 1799 dal nuovo organismo della nascente Repubblica Democratica Ligure e riproposta a più riprese dalla Società Economica di Chiavari, attraverso le istruzioni dei Parroci Rurali. Tra di esse spiccano quelle del Molto Reverendo Giuseppe Canepa, parroco a S. Bartolomeo di Leivi, dal 1787 al 1841, anno della morte.

Si tratta di un personaggio che meriterebbe indagini approfondite che permetterebbero di ricostruire la storia di un parroco rurale “progressista”, aderente alle idee della allora nuova Repubblica Democratica e in forte contrasto con il vicino parroco di S. Ruffino, Giuseppe Lagorio, famoso per aver dato origine al movimento dei Viva Maria.

Anche se, come si evince dai verbali delle riunioni periodiche dei parroci rurali, il reverendo partecipò solo alla prima riunione promossa dalla Società Economica e ne fu soltanto Socio Ausiliarjo, negli anni successivi, nella Società chiavarese si conservò di lui e del suo operato buona memoria.

Il suo nome, infatti, viene menzionato più volte. Il 3 luglio 1845, in occasione della pubblica adunanza, l’avvocato Giuseppe Bontà ricorda il reverendo Canepa come colui che i rustici coloni di S. Bartolommeo di Leivi con buoni consigli, e con operoso esempio avviò in così felice progresso di rurale coltura, da renderli invidiabili a tutti quelli della provincia.

In una pubblicazione della Società Economica del 1853 si legge: La nostra Provincia non manca di floridi e bellissimi castagneti. (…) Le piantagioni degli ontani a cespuglio introdotte da pochi anni con felice successo in alcuni dei nostri castagneti arrecarono a questi un immenso benefizio. Nè la coltura degli ontani nei boschi di castagni è soltanto un mezzo eccellente per migliorarli e renderli più prosperi e produttivi, ma presenta altresì il vantaggio di fornire un ottimo ingrasso vegetale alla vite, agli olivi ed alle stesse seminagioni.

Il ricordo del Canepa, nelle pubblicazioni della Società Economica e dei Comizi Agrari, prosegue fino al 1890, a quasi 50 anni dalla sua morte, quando leggiamo: …e tra coloro che più non sono il compianto Giuseppe Canepa, parroco di S. Bartolomeo di Leivi, il quale diede pel primo l’insegnamento colla parola e coll’esempio della piantagione di ontani ne’ castagneti.

È probabile che il reverendo Canepa, la cui madre era originaria di Camposasco, di origini contadine, avesse appreso in famiglia la pratica della coltivazione dell’ontano e, comprendendone gli effetti benefici, la promosse presso i suoi parrocchiani.

A Camposasco ci riportano anche le pagine del ‘Diario di Andrea Gagliardo’, un affascinante documento scritto tra il 1888 e il 1899 da un emigrato che, tornato dalla California, decise di dedicarsi alla coltivazione dei suoi terreni. Giorno dopo giorno raccontò la vita di campagna e tra tante altre pratiche di coltivazione spiega come, secondo l’uso, lui stesso utilizzava e governava gli alberi di ontano: interrava la fronda, per fertilizzare i campi, prima della semina e le piante erano talvolta ceduate, altre capitozzate, ma sempre tenute di gran conto.

Puntualmente, cedui e capitozze di ontano si ritrovano anche nei rilievi effettuati per il Nuovo Catasto del 1924 per il comune di Leivi e del 1928 per il comune di San Colombano Certenoli. In genere sono collocati all’interno di castagneti dove si trovano tante piante di castagno quante ceppaie o capitozze di ontano. Da questi documenti emerge, oltre al riscontro delle tecniche di taglio della fronda, anche una sorta di co-plantazione tra castagno e ontano, proprio come descritto nei documenti della Società Economica. Anche scritti precedenti attestano la pratica a partire da fine Settecento, ma analisi palinologiche mostrano che si tratta di una tecnica ancora più antica, il cui uso è definitivamente decaduto ormai qualche decennio fa.

Le proprietà fertilizzanti dell’ontano non erano conosciute solamente nel Tigullio, ma erano note nei pascoli friulani come nei castagneti svizzeri e perfino nel lontano Yunnan, dove l’ontano sembra essere ancora oggi utilizzato come nei secoli passati.

Ma per il nostro futuro, possiamo tornare ai consigli degli esperti della Società Economica di Chiavari, che promuovevano la disseminazione dell’ontano per rimboschire i versanti denudati dall’eccesso di pascolo e per rendere più fruttiferi i boschi di castagne?

Negli anni ’70 del secolo scorso, due ricercatori statunitensi del Department of Agriculture, Forestry Sciences Laboratory dell’Oregon, Tarrant e Trappe, hanno messo al centro di una loro ricerca scientifica e bibliografica indagini nelle quali numerose specie di ontano, tra cui A. glutinosa e A. incana, furono oggetto di sperimentazione in varie parti del mondo, con l’obiettivo di risolvere problemi di erosione e migliorare la fertilità dei suoli.

Effetti positivi dati dall’ontano vennero registrati anche in casi in cui la specie si trovava associata con altre essenze arboree a noi note, come Fraxinus, Picea, Pinus, Populus, Pseudotsuga, Robinia e anche specie coltivate come il melo e nelle colture agricole.

Visti i risultati favorevoli anche in termini di controllo di parassiti radicali delle specie consociate, Tarrant e Trappe hanno proposto e incentivato l’uso dell’ontano rosso (Alnus rubra) nei sistemi silvicolturali, in particolare quelli della costa Nord occidentale del Pacifico, la cui industria forestale è basata soprattutto su conifere invecchiate.

Gli autori sono convinti della grande efficacia dell’utilizzo dell’ontano nella gestione degli ecosistemi forestali e suggeriscono una rotazione di questa specie per la fertilizzazione dei suoli, come avviene con le leguminose, su periodi lunghi, fino a 30 anni, oppure in piantagioni miste con altre specie arboree come la Douglasia.

La letteratura offre numerosi altri casi di studio che presentano i risultati di sperimentazioni di consociazioni di varie specie arboree con specie del genere Alnus.

Oltre a due sperimentazioni svolte in Francia sulla consociazione dell’ontano bianco con il frassino maggiore, in funzione dell’utilizzo di fanghi di depurazione di acque reflue urbane, è d’interesse anche una recente ricerca italiana, svolta in Toscana, sulla consociazione tra l’ontano napoletano, Alnus cordata e il noce, Juglans regia, che ha messo in luce come il noce consociato con l’ontano presenti valori di accrescimento complessivo ed individuale superiori rispetto a quelli in purezza, grazie all’azione miglioratrice dell’ontano napoletano: è stato infatti calcolato che quest’ultimo è in grado di apportare ben 50 kg per ettaro all’anno di azoto al terreno. Inoltre, negli impianti consociati, gli autori hanno rilevato che la frapposizione dell’ontano può attenuare gli effetti allelopatici, cioè di competizione chimica, connessi alla produzione di juglone, da parte del noce comune: il composto aromatico, com’è noto, rende la pianta ‘velenosa’ per altre specie arboree, soprattutto per gli alberi da frutto.

In conclusione, un nuovo futuro per la selvicoltura nella montagna ligure, tra le molte altre possibilità, potrebbe a buon diritto rimettere al centro anche questo albero, dalle riconosciute proprietà fertilizzanti.

La legislazione in materia ambientale della nostra Regione stenta però a riconoscere il suo valore, oltre che agronomico, anche storico.

Se da un lato le formazioni a ontano sono tutelate dalla direttiva ‘Habitat’ e dalle leggi che da questa direttiva europea conseguono, dall’altro il Dipartimento Agricoltura della Regione Liguria, nella sua pubblicazione sui tipi forestali della Liguria riconosce l’ontano nero come specie in ingresso nei castagneti abbandonati, promuovendo una gestione di queste formazioni che non tiene in alcun conto delle dinamiche storiche.

Appare, quindi, chiaro che, se vogliamo trovare soluzioni efficaci per la futura gestione del nostro patrimonio forestale, per una manutenzione del territorio, per la difesa dal dissesto idrogeologico, e per obiettivi di utilità economica, è fondamentale guardare al passato, come già su queste pagine ci hanno suggerito Roberto Maggi, Italo Franceschini e Anna Maria Stagno.

Per fare questo è necessario altresì ricorrere ad una metodologia di indagine puntuale, attenta alla scala topografica e capace di mettere a confronto diverse fonti: di terreno, archivistiche, orali, cartografiche.

Bisogna non solo comprendere quali sono stati i processi e le fasi che hanno portato alla situazione attuale, ma soprattutto occorre imparare a ri-conoscere quali pratiche del passato possono oggi aiutarci a gestire un patrimonio fragile, un paesaggio destinato all’oblio, al quale invece si potrebbe dare un orizzonte nuovo, anche nell’ottica dell’auspicato ritorno a rivivere la nostra montagna.

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(* dottore di ricerca in Geografia storica per la valorizzazione del patrimonio storico ambientale
e membro dell’Osservatorio dei Fenomeni Urbani della Società Economica di Chiavari)

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