Home Approfondimento Lorenzo Borgo, medico del 118 e rugbista: “Il mio tackle al Covid”

Lorenzo Borgo, medico del 118 e rugbista: “Il mio tackle al Covid”

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Tu sei la piaga e io sono la cura. Come il mitico Marion Cobretti (alias Silvester Stallone), il dottor Lorenzo Borgo il Coronavirus lo ha preso di petto. Bello sforzo, direte voi, visto che da decenni fa il medico del 118 a Genova: allo scapicollarsi per salvare vite umane ha fatto il callo, dall’automedica all’elisoccorso, calandosi dall’alto o attaccandosi alle jeep per andare a sanare gente appesa a un filo su un dirupo, abbarbicata a una corda su uno strapiombo, in fondo a una scogliera, in mezzo a una burrasca, ne ha incontrate e vissute di ogni colore.

E non essendo ancora contento, il doc è pure rugbista, fa parte della Pro Recco Ruby Team Old Le Orche, partecipa al campionato Master alla non più verde età di 56 anni. Alla battaglia e a fare squadra lui ci ha fatto il callo. “È vero, ed ora posso dirlo dopo due mesi di confronto quasi ininterrotto con l’emergenza che i miei curriculum, sia quello professionale che quello sportivo, sono tornati utili in questo incredibile periodo della mia, scusate, delle nostre vite”.

Accenna a un sorriso, ha appena avuto qualche oro di riposo dopo settimane senza turni di riposo, senza poter lasciare il fronte. E vede ancora lontana la meritata licenza. “Il 25 aprile ero di servizio come sempre, l’epidemia sta calando, non ci sono dubbi, ma siamo lontani dall’essere fuori e c’è ancora molto da fare. L’unica differenza in questa fase è che possiamo occuparci dei vari casi con un pizzico in più di calma. Lo svuotamento del Pronto Soccorso consente di ragionare. Ma vi assicuro che un mese fa era ben diverso”.

La voce del dottor Borgo si fa più bassa: “C’è stato un momento che ho pensato di essere in guerra. Correvamo da un punto all’altro di Genova, caricavi e scaricavi senza continuità pazienti. Gli ospedali erano pieni, mi sono sentito come i barellieri sul campo di battaglia che non guardano nemmeno più in faccia chi portano, agiscono meccanicamente per salvare più vite possibile”.

Ed è lì che è scattato il mestiere del soccorritore e la mentalità del rugbista. “Con i colleghi ci siamo detti ‘non si molla di un centimetro’. Anzi andiamo avanti e vediamo chi la vince”.

Un discorso che ricorda quello di Al Pacino in ‘Ogni maledetta domenica’. “Solo se collabori con chi ti sta a fianco ne esci fuori. Ti veniva a volte da buttarti da una parte, magari anche da pensare che stavi pure rischiando, poi arrivava la chiamata e si ripartiva”.

Che Lorenzo Borgo appartenga alla specie di quelli ‘tosti’ lo dice anche la sua scelta di praticare il rugby. “Io sino a 40 anni suonati non avevo mai messo piede su un campo o preso in mano un ovale. Da ragazzo avevo provato a superare i veti genitoriali ma non c’era stato niente da fare perché i miei ritenevano il rugby uno spot troppo violento. Da grande ho approfittato del fatto che uno dei due miei figli voleva praticare il rugby con la Pro Recco, l’ho accompagnato e in men che non si dica mi sono ritrovato a provare con il team dei Master. Un gruppo magnifico, e che ha – vorrei sottolineare – altri due elementi che sono dei sanitari che hanno combattuto a Genova l’epidemia (sono Gianluca e Christian e sua moglie Barbara, ndr). È stata passione a prima vista”.

Il suo campionato è sospeso. “Ma i legami che abbiamo instaurato sono rimasti. Ci dispiace non vederci ma gli incitamenti che mi arrivano dai compagni di squadra sono stati costanti. E vi posso assicurare che sono stati preziosi. Per non coinvolgere la mia famiglia, ho lasciato moglie e i due figli – uno gioca a rugby, l’altro ha appena smesso e segue un corso per diventare arbitro – (insomma la passione è incontenibile in casa Borgo ndr) nella nostra casa e me ne sono venuto in un casolare che abbiamo a Pieve. Una auto-quarantena che mi permette di essere più vicino al luogo di lavoro. Nei giorni di riposo, rari, mi tengo in forma curando l’orto”.

Il dottor Borgo è fatto così, se si ferma sta male. Le vicende di queste settimane non sembrano averlo segnato. “Mi hanno fatto riflettere. Mi ero abituato alle situazioni peggiori, in tanti anni sono dovuto intervenire in occasioni tremende, tirare fuori persone maciullate da delle lamiere contorte, a volte rimetterle insieme. Quando gli avversari in campo mi chiedono se sono veramente un dottore, spiego loro che io sono un medico del genere ‘preòccupati perché se mi vedi arrivare vuol dire che sei seriamente nei guai’”.

Non come il collega Gianluigi Bedocchi, l’altro dottore della Pro Recco, lui è medico di famiglia a Genova. “Era quello tranquillo, eppure anche lui oggi è in prima linea come il sottoscritto. E sta facendo la sua parte con eguale coraggio. Ci sentiamo, ci incitiamo l’un l’altro a non mollare. Noi rugbisti sappiamo che è il gruppo a fare la differenza, che vinci e perdi insieme. E purtroppo nella lotta al virus la sconfitta significa perdere la persona affidataci. Uno smacco che, a differenza di quelli subiti sul campo – che cancelli con una birra in compagnia e una bella dormita – ti lascia dentro tanta rabbia”.

Coraggio Doc, che la partita è ancora in corso, e domani sarà un altro tackle al Covid 19.

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