Home Approfondimento Lo sport ai tempi del Coronavirus: tra gare annullate e porte chiuse

Lo sport ai tempi del Coronavirus: tra gare annullate e porte chiuse

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

I disastri causati dalla calamità Coronavirus sono molteplici e parecchi non saranno evidenti che tra settimane, forse mesi. L’emergenza sanitaria porta con sé danni pesanti al tessuto sociale, alla tenuta dei rapporti interpersonali.

Lo sport, che delle attività pubbliche è la meno considerata, non certo la meno importante, ne risente come e più delle altre.  È inutile, ingiusto e dannoso, fare delle classifiche sulle perdite, ma è indubbio che le società, dalle pro top sino al circolo di amatori, pagano e pagheranno in maniera esponenziale un pesante dazio.

La iattura sta già condizionando la stagione delle squadre professionistiche: porte chiuse a Chiavari per il match serale con il Crotone e la Virtus Entella incappa nella seconda sconfitta consecutiva, cosa mai accaduta in stagione, nessun tifoso dello Spezia ammesso a Benevento e le aquile di mister Siciliano interrompono una serie positiva che durava da venti turni.

Non va meglio alla Pro Recco pallanuoto: aveva bisogno di cancellare subito il passo falso in Champions League, mercoledì doveva essere a Budapest ma la Len ha fatto saltare l’incontro. Ora la corazzata biancoceleste è immobile: perché anche il campionato italiano è bloccato: sono saltate nel giro di una settimana la sedicesima giornata di campionato prevista mercoledì 26 febbraio e la Final Four di Coppa Italia in programma il 29 febbraio e 1 marzo.

E l’ombra dello stop a ogni possibile manifestazione si allunga su tutto, persino sulla fase finale della Champions League, la cui organizzazione è stata assegnata alla società di Maurizio Felugo e che ha come sede designata la piscina di Punta S. Anna, da rimettere in sesto in meno di tre mesi dato che tutto dovrà essere pronto per i primi di giugno.

C’è da non dormirci la notte. Insonnia garantita per tutte le società della nostra regione che si appoggiano, sarà bene ricordarlo, a piscine delle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno la gestione e che sono la fonte principale, spesso unica, di introiti con cui si manda avanti l’intera attività agonistica. Per ora l’accesso ai praticanti è consentito, ma si nota un generale calo delle presenze e la causa non può che essere una.

Come se non bastasse, il timore del contagio a sua volta va a colpire duro anche gli insospettabili. Per esempio atleti giovani e forti provenienti da grandi paesi. Il caso del Bogliasco femminile è la punta dell’icerberg? Pochi gorni fa Rachel Whitelegge, giocatrice statunitense di pallanuoto in forza al Bogliasco 1951, che milita in serie A2, ha preso calottine e bagagli e se ne è tornata in California.

L’addetto stampa Marco Tripodi riporta il punto di vista della società: “Il nostro club prende atto con rispetto e stupore della decisione di Rachel Whitelegge di far rientro in patria a causa dell’emergenza Coronavirus. Una scelta personale, comunicata dalla diretta interessata alle compagne nelle scorse ore, dettata dai timori derivanti dalla situazione relativa al diffondersi del CoVid-19. Pur non avendo avuto alcun tipo di contatto con persone affette dal virus, Rachel ha preferito porre fine alla sua esperienza nel nostro Paese, optando per un prematuro e inaspettato rientro in California”.

Eppure ce l’hanno messa tutta per farla tornare sui suoi passi. Il presidente Simone Canepa è il più deluso: “Abbiamo provato a spiegare a Rachel che, come lei stessa ha avuto modo di appurare negli ultimi giorni, restando a Bogliasco non avrebbe corso nessun pericolo. Purtroppo ciò che negli altri paesi si sta percependo evidentemente non corrisponde alla realtà del nostro Paese. Abbiamo fiducia nel nostro sistema sanitario e nelle indicazioni che arrivano dalle istituzioni. Quanto alla squadra e agli aspetti prettamente agonistici, la nostra attenzione deve concentrarsi sulla salvezza. Questa inaspettata defezione deve far capire al gruppo che può andare in acqua solo chi è convinto di poter essere utile alla causa. Chi non pensa di esserlo, è meglio che si sia chiamato fuori”.

Una dichiarazione coraggiosa, un invito a resistere. Che va esteso anche alle società di calcio dilettanti che vengono mandate allo sbaraglio da una Federcalcio che già non riesce a gestire la situazione nei professionisti… Dalla serie D alla Terza Categoria si va avanti in ordine sparso. Tenere le porte chiuse sposta ma non risolve il problema perché a fronte di partite che terranno lontane alcune centinaia di spettatori, quando va bene, ci saranno in due giorni decine di match dove si scontreranno centinaia di calciatori provenienti dalle zone rosse o gialle. Insomma eventi e decisioni che si susseguono senza alcun sistema logico a definirli, si decide seguendo l’onda di sentimenti non sempre chiari, non sempre condivisibili. Qui non si discute la strategia, ci si accontenterebbe che ne venisse scelta una.

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