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Martina Castagnola: quanti sacrifici per amore del judo

da Alberto Bruzzone

Judoka in patria non poteva esserlo e allora Martina Castagnola ha chiuso la sua valigia di campionessa emigrante, e ha mutato casa, scuola, regione, e stile di vita. Un’impresa nell’impresa per una ragazzina di Sestri Levante – o meglio di Riva Trigoso perché da quelle parti su queste cose pretendono precisione satellitare – che decide di inseguire il sogno a costo di qualsiasi sacrificio.
Un percorso fatto di vittorie, di rose per i successi e di qualche spina per le rinunce. Sudori e valori messi in campo da lei e dall’intero gruppo che la supporta, un nucleo coeso grazie ai vincoli di sangue, padre, madre e fratello che la accompagnano passo passo nella scalata. Una storia che ingloba un paio di cose interessanti su come tiri avanti lo sport italiano, sul combinato di sorte e sacrificio richiesto per arrivare ai vertici, dove non solo la volontà dell’atleta ma anche gli aiuti e la comprensione di chi gli sta accanto sono decisivi. Dove ci dovrebbero essere le istituzioni, e sportive e statali, troviamo solo quel sistema famiglia che si conferma essere il sostegno fondante della nostra società, non solo sportiva.

Martina Castagnola, venti anni il prossimo 27 novembre, nemmeno si reggeva in piedi e già anelava a seguire le orme del fratello maggiore Simone, che a sua volta aveva raccolto il testimone da papà Stelvio, judoka di buon livello. Poi l’innamoramento per la danza l’aveva dirottata su un’altra pista, quella da ballo. Sino ai nove anni solo paillettes e scarpette bianche, tanta gare in coppia con una coetanea, diversi piazzamenti.
Il richiamo del tatami però si fa forte, vedere il fratello che gareggia risveglia in lei quell’individualismo che gli agonisti nati hanno dentro e che le gare di gruppo, decise dai giudizi, e un mucchio di altre variabili la spingono verso il ‘judogi’ e il combattimento faccia a faccia.

Accompagna il fratello in palestra a Chiavari all’Asaj, sta a guardare, sino a quando un giorno del 2010 un maestro le dice “Vuoi provare?”. Basta poco, un paio di rudimenti, per dimostrare di che cosa è capace, c’è stoffa per andare in alto. Prime prove, prime vittorie, a due anni dall’esordio, nel maggio 2012 partecipa agli Italiani Esordienti e si piazza 18esima. Un anno e mezzo dopo, nel novembre 2013 è argento agli Italiani Esordienti, passano pochi mesi, sale di categoria (Cadetti) e di peso (44 kg) e si piazza quinta sempre agli Italiani.
A questo punto si impone una riflessione e una scelta, la famiglia, come racconta mamma Silvana, non esita a compierla: “Sia Simone che Martina promettevano miglioramenti sensibili. Serviva una società di categoria superiore, affrontare gare e avversari di caratura nazionale”.

L’addio all’Asaj Chiavari è forzato, un dolore per papà Stelvio, che era stato atleta e dirigente del club. Si va alla Novasconi Spezia, prima tappa di una vita da migrante per trovare quelle società, quei centri e quei maestri che diano la possibilità di sfruttare sino in fondo le indubbie doti dei due ragazzi.
Martina vince sempre, sale di categoria in categoria, di cintura in cintura, si arricchisce il cursus honorum, cresce il peso, resta la qualità di combattente che mischia tecnica e agonismo nelle giuste proporzioni. Prende parte alla European Cup, sale sul podio continentale in diverse tappe, nel 2015 e 2016.

“Il club spezzino ci aveva aperto le porte delle maggiori competizioni giovanili, però per le trasferte dovevamo provvedere noi. Mio marito e io caricavamo i due ragazzi in macchina e passavamo interi weekend in autostrada, viaggi di centinaia, a volte migliaia di chilometri attraverso tutta Italia e gran parte di Europa. Ritorni in piena notte con loro dietro che riposavano come potevano per essere a scuola il lunedì mattina con qualche ora di sonno alle spalle”.
Un altro bivio, altre decisioni non facili da prendere, perché determineranno il futuro sportivo dei due ragazzi. Simone punta sul prosieguo della carriera scolastica, dopo il liceo tenta e passa i test di ammissione a Psicologia. “Ci riesce sia a Genova che a Torino, sceglie la capitale piemontese. Martina aveva appena finito la terza liceo, si profila la possibilità che uno aiuti l’altra. A Settimo Torinese c’è la Akiyama, una delle società di Judo più prestigiose (e vincenti) d’Italia. Abbiamo chiesto a Martina se se la sentiva di continuare a vivere con il fratello nell’appartamento che aveva affittato, studiare a Torino in modo da poter allenarsi e gareggiare con il nuovo club. Non era una scelta facile, aveva solo 16 anni, non era un cambio di vita, era una rivoluzione. Al tempo stesso abbiamo chiesto a Simone di assumersi la ‘responsabilità’ della sorella. Maggiorenne, poteva firmare per lei a scuola, controllarla, ‘gestirla’ per quanto è possibile. È stato ammirevole, si è comportato come un terzo genitore, severo quando serviva, comprensivo nei momenti giusti, l’ha guidata senza soffocarla”.

Martina si ambienta, cresce, nel carattere come nel peso e nella resa tecnica: nel 2017 terza agli assoluti italiani di Ostia, ancora bronzo nei tricolori di categoria Juniores e terza alla European Cup a Kaunas in Lituania, seconda in Coppa Italia; nel 2018 vince una tappa della European Cup in Ungheria; nel 2019 ancora da Juniores vince gli assoluti di Torino nei 52 kg, una tappa della European Cup a Lignano, sale sul podio a Praga e Berlino sempre nel torneo continentale.
Entra e rimane nel giro azzurro, tre settimane fa a Marrakech (Marocco) si piazza settima ai mondiali Juniores, migliore azzurra, eliminata dalla corsa alle medaglie solo per un paio di sanzioni arbitrali molto ma molto discutibili. “Sono dispiaciuta, senza quelle decisioni avrei battuto la rappresentante di Taipei e una volta entrata nel giro medaglie poteva accadere qualsiasi cosa”.

Il temperamento irriducibile è quello degli agonisti di razza, mamma Silvana frena con la saggezza dell’età: “Deve voltare pagina e pensare all’Europeo Under 23 che si svolgerà in Russia ai primi di novembre. E dovrà trovare anche il tempo per mettersi in pari con lo studio, ha scelto Scienze Motorie e potrà anche lì togliersi delle soddisfazioni. Sappiamo che è stanca, dall’estate a oggi è rimbalzata dal Portogallo alla Germania, dalla Repubblica Ceca al Marocco con la Nazionale, che è obbligata a seguire una dieta severa per non andare oltre i 52 kg ma siamo convinti che possa farcela perché ha alle spalle noi che facciamo tutto quanto è in nostro potere per aiutarla”.
Le due facce della gloria sportiva, i riflettori del tatami, il buio di un nastro di asfalto che rotola via veloce e pure infinito. “Sì, sono stati e sono anni intensi eppure io quando ripenso a quelle interminabili trasferte – e credetemi è anche il parere di mio figlio e di mia figlia come di mio marito – ricordo solo ore felici. Eravamo uniti e sereni, che si potrebbe desiderare di più?”.

(d.s.)

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