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Al servizio del pubblico: gli Uffici Comunali di Chiavari chiusi il sabato senza preavviso

Abbiamo ricevuto in redazione moltissimi messaggi di cittadini chiavaresi arrabbiati che si lamentano per aver trovato, sabato mattino scorso, gli Uffici Comunali chiavaresi chiusi, in particolare l’Anagrafe e l’Ufficio Tributi.

Nessuna comunicazione da parte del Comune, nessun avviso, soltanto una saracinesca abbassata e una porta chiusa.

Abbiamo provato a capirci qualcosa di più e al di là della meritevole denuncia dei consiglieri di opposizione Roberto Levaggi, Silvia Garibaldi e Daniela Colombo, non siamo riusciti a saperne granché. Solo ‘rumors’ sul fatto che il sindaco Di Capua, inaudita altera parte (in particolare la Giunta e l’Assessore al Personale, che pare non ne sapessero nulla) si sarebbe lasciato convincere dalle rappresentanze sindacali interne del personale, accondiscendendo a un’antica rivendicazione dei dipendenti comunali di non lavorare al sabato mattina.

Se fosse davvero così, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli.

Un Comune che ha una percentuale molto elevata di cittadini che sono a Chiavari solo nel fine settimana per ragioni di lavoro (pendolari e/o gente che lavora stabilmente fuori di Chiavari durante la settimana) o di residenza (ospiti con residenza a Chiavari ma spesso fuori dalla città o turisti con casa di vacanza a Chiavari) e che quindi possono usufruire dei servizi e degli uffici comunali solo il sabato mattina li lascia, incredibilmente, a piedi, chiudendo i servizi senza neanche un preavviso.

La questione è sempra la stessa. Chi è il cliente? Quali sono gli interessi prioritari da salvaguardare?

Un responsabile di pubblico servizio, un amministratore comunale, un Sindaco dovrebbe innanzitutto porsi queste domande e decidere di conseguenza.

È chiaro che l’interesse prevalente e prioritariamente tutelabile in un caso del genere è quello del pubblico e quindi le richieste sindacali e dei lavoratori, sia pure legittime, dovrebbero passare in secondo piano.

Sarebbe come a dire che i vigili il sabato e la domenica possono starsene a casa.

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Il ‘Castrofascismo’ di Maduro: la posizione sconcertante dell’Italia a 5 Stelle

Ci sono pochi casi in cui un grande evento internazionale sia di così chiara lettura, così evidente nei suoi tratti distintivi da porre il problema ‘da che parte stare’. La vicenda del Venezuela è uno di questi. 

Ci troviamo di fronte a una dittatura castro-fascista che incredibilmente ha ridotto alla fame il Paese con le più vaste riserve petrolifere del mondo. Negli ultimi anni quasi tre milioni di venezuelani (su una popolazione totale di 32 milioni) sono fuggiti, soprattutto verso la Colombia, per cercare di sopravvivere alla miseria, alla repressione, alla violenza e alle torture perpetrate da un regime corrotto fino al midollo che si appoggia a militari anch’essi corrotti. 

Il potere del governo di Maduro si regge sulle morti quotidiane di bambini e adulti per mancanza di medicine, sulla fame cronica, sull’emigrazione di massa, sugli altissimi indici di criminalità, sul collasso delle forniture di acqua luce e gas, su un’iperinflazione e una crisi economica tra le più gravi conosciute dall’America Latina. 

Come fa Maduro a restare al potere con questa situazione e con la stragrande maggioranza della popolazione contro di lui?

Come detto, ha il sostegno esplicito dei militari. Le forze armate controllano il gigante petrolifero nazionale PDVSA, la distribuzione di generi alimentari e medicine, i giacimenti d’oro, diamanti, coltan, ferro ed alluminio. Regolano buona parte del sistema finanziario fiscale, agricolo, edilizio e l’acquisto di armi da Russia, Cina e Iran. Probabilmente controllano il narcotraffico. 

Sono tutte attività che vengono nascoste dietro a una facciata retorica patriottica e sovranista. La stessa che fa rifiutare a Maduro proprio in questi giorni gli aiuti internazionali. 

Infine i militari controllano l’ordine pubblico, soffocano le proteste, processano i dissidenti e li accusano di tradimento della patria e di terrorismo. 

Per mettere a tacere le voci di una frattura interna, generali ed ammiragli si sono presentati alla Tv di stato in alta uniforme. Lo hanno fatto il 24 gennaio, quando il Presidente del Parlamento Guaidò, sulla base di un articolo della costituzione venezuelana, si era proclamato Presidente ad interim chiedendo nuove elezioni e ricevendo subito il sostegno dei grandi paesi europei e degli Stati Uniti. 

Soffermiamoci un momento su questo punto. Guaidò è il rappresentante del Parlamento, l’unico organo democraticamente eletto di tutto il Venezuela, al contrario di Maduro che è stato eletto l’anno scorso con elezioni macchiate da gravissime irregolarità e considerate non valide dalla maggioranza dei paesi della comunità internazionale.  

Dinanzi a tutto ciò, come si diceva all’inizio, schierarsi non dovrebbe essere un problema. La grande maggioranza delle nazioni democratiche lo ha fatto. In particolare, per quanto ci riguarda da vicino, l’Unione Europea e le grandi nazioni europee come Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna. 

E l’Italia? Uno schifo. A causa della posizione del M5S a favore del caudillo castro-fascista venezuelano, nonostante la chiarissima presa di posizione del Presidente della Repubblica Mattarella e della maggioranza delle forze politiche del parlamento compresa la Lega di Salvini, il governo italiano non si decide ad esprimersi in favore di Guaidò e, in buona compagnia con Russia, Turchia, Iran e Cina, assume la posizione di ‘non ingerenza’ negli affari di uno stato straniero.

Evidentemente il lungo soggiorno a quelle latitudini del castro-fascista nostrano Alessandro Di Battista dà i suoi frutti, e il governo italiano invece di sostenere la democrazia in Venezuela si volta dall’altra parte.

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“In tempo de guera… ciù musse che tera” (3): ‘L’anno bellissimo e la ripresa incredibile’ del premier Conte

Mentre da ogni parte arrivano segnali e cifre estremamente negativi sul futuro economico dell’Italia, il governo risponde con un atteggiamento surreale. “Il 2019 sarà un anno bellissimo, ci sono le premesse, abbiamo un programma di ripresa incredibile”, ha detto qualche giorno fa il premier Conte ad un’assemblea di cooperatori assai perplessi e preoccupati. 

Da cosa derivi tanto ottimismo è difficile capire. 

Dopo quattordici trimestri consecutivi di crescita, l’Italia ha infatti collezionato due trimestri consecutivi di decrescita, entrando ufficialmente in recessione tecnica. Il nostro Paese è l’unico dell’Eurozona ad essere in questa situazione, è l’unico Paese OCSE ad aver registrato un calo dell’occupazione nel terzo trimestre del 2018 e i dati Istat ci ricordano che da quando c’è il governo del cambiamento in Italia ci sono 76.000 occupati in meno, 123.000 occupati a tempo indeterminato in meno e 84.000 precari in più. 

Ma di fronte a tutto ciò il vice premier Di Maio ha sostenuto che tale negativa situazione sia il risultato di quanto è stato fatto dai governi precedenti. 

In particolare Di Maio, dimostrando ancora una volta la sua grave ignoranza sui fondamentali dell’economia, ha sostenuto che la principale colpa dei governi Renzi e Gentiloni sia stata quella di favorire le industrie esportatrici deprimendo così la domanda interna (sic!).

L’altro vice premier Salvini dinanzi ai numeri Istat che certificano l’ingresso dell’Italia in recessione dice che a lui “i numeri dell’Istat non interessano”, ma che invece segue con molta maggiore attenzione le sottoscrizioni dei BOT (che effettivamente all’ultima asta sono andati meglio di quelli di dicembre).

La Trimurti governativa (Conte, Di Maio, Salvini) dinanzi alla caduta del PIL, al crollo della fiducia, al crollo della produzione industriale, al crollo del fatturato dei servizi, al crollo della capitalizzazione di Borsa, al crollo della domanda interna, all’aumento del rendimento dei titoli di stato, fa finta di di niente, nega la realtà e spara cazzate. 
In particolare, non ammette che tutto ciò è avvenuto da quando si è insediato il governo del cambiamento populista, ed imputa la difficile situazione dell’economia italiana a un complotto delle élite europee magari in combutta con la Trilateral, i Savi di Sion, i parenti di Renzi e i cugini di Juncker. 

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La perdita del Liceo Linguistico, ennesima tappa del lungo declino di Chiavari

La vicenda della mancata realizzazione del liceo linguistico presso l’Istituto Tecnico ‘In memoria dei morti per la Patria’, così come proposto dalla scuola nell’autunno 2018, sommata all’incapacità di trovare alcune aule per ospitare invece una eventuale succursale del liceo linguistico Davigo di Rapallo si prestano a tristi considerazioni sulle difficoltà e sul declino di Chiavari. 

La nostra città ha storicamente ricoperto il ruolo di capoluogo del Tigullio. Accanto alle funzioni di servizio di rango elevato (in primis il Tribunale), la funzione formativa e scolastica, anche grazie alle iniziative della Società Economica, ne ha sempre rappresentato un tratto distintivo e pregiato.

La presenza di tutti i licei pubblici e di alcuni importanti licei privati parificati (liceo scientifico sportivo presso l’Istituto Gianelli e liceo linguistico presso l’Istituto Santa Marta) ha sempre soddisfatto la domanda di formazione proveniente non solo dalle popolazioni del Tigullio costiero ma anche dalle valli dell’entroterra gravitanti su Chiavari: Fontanabuona, Valle Sturla, Val Graveglia e Val Petronio. 

All’inizio degli anni ’90 l’amministrazione comunale chiavarese allora guidata da Renzo Repetto arrivò persino a costruire un’ipotesi universitaria. Università di Genova, Cattolica di Milano, Bocconi e IULM avrebbero istituito a Chiavari  un centro interuniversitario con un corso di diploma in Economia. L’iniziativa fu poi cancellata per il totale disinteresse del neo-sindaco Vittorio Agostino. 

La funzione formativa in un momento di innovazione è stata in qualche modo presidiata dall’iniziativa privata di Wylab, che ha occupato i locali abbandonati dal glorioso liceo classico Delpino per mancanza dei requisiti stabiliti dalle nuove normative per la sicurezza. 

Si penserebbe che con queste tradizioni e queste premesse il presidio della funzione scolastica liceale costituisca un obiettivo primario per il mantenimento del ruolo della città e delle sue funzioni pregiate.
La formazione del capitale umano e un’offerta sempre più coerente con le esigenze del mondo dell’economia e del lavoro rappresentano infatti un elemento strategico per lo sviluppo e la crescita della città e del territorio. 

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“In tempo de guera… ciù musse che tera” (2): Dibba e Giggino all’attacco della Francia, e pazienza per gli interessi degli italiani

Dopo sei mesi e più di vacanza da sogno sulle spiagge dell’America Latina, Alessandro Di Battista è tornato in patria ed ha cominciato subito a pontificare e a straparlare. 

Senza vergogna per aver lasciato senza stipendio i dipendenti dell’azienda familiare mentre lui surfava in Nicaragua, Di Battista, ospite di Fazio in tv, ha dichiarato con piglio arrogante da caudillo terzomondista che il franco CFA, la moneta comune agganciata all’euro usata da due gruppi di Stati africani, è uno strumento vessatorio imposto dalla Francia alle sue ex colonie: “Finché non avremo risolto la questione del franco CFA, la gente continuerà a scappare dall’Africa”. 

Purtroppo cose analoghe sono state ripetute immediatamente dopo da Luigi Di Maio, che a differenza del ‘Dibba’ non fa il turista politico ma, ahinoi, è il vicepresidente del Consiglio. 

Le accuse di neocolonialismo da parte del vicepremier hanno naturalmente provocato le reazioni francesi, che con la convocazione del nostro ambasciatore a Parigi hanno mostrato tutto il loro sconcerto nei confronti della posizione italiana. 

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“In tempo de guera… ciù musse che tera”, ovvero delle ‘armi di distrazione di massa’ di Salvini e Di Maio

La tesi sostenuta in questo articolo è che Salvini e Di Maio siano molto più concentrati sulla propaganda che sul governo, ossessionati come sono dall’esito delle elezioni europee di maggio. A fronte di una situazione economica sempre più difficile, riteniamo che anziché occuparsi delle questioni fondamentali del Paese, i due vicepremier del governo stelloleghista raccontino balle e gettino fumo negli occhi degli italiani per coprire la loro incompetenza e la loro incapacità a governare in una situazione molto difficile e complessa. 

Come sempre, tutto nasce dell’economia. 

Infatti la congiuntura mondiale, dopo anni di discreta crescita (forte negli USA, non male in Cina), sta dando segnali di rallentamento, in molti casi anche marcato. 

Gli esperti ci ricordano che tale tendenza declinante è dovuta all’esistenza del ciclo economico; in altre parole, ad una fase espansiva dell’economia mondiale fa sempre seguito una fase di declino, e talvolta di recessione. 

È così anche questa volta, ma nella vicenda attuale si intrecciano e pesano anche questioni specifiche, economiche e politiche, che hanno avuto e certamente avranno un effetto negativo sull’andamento dell’economia mondiale. 

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La notte di Rava, la Bocciofila Chiavarese e la Silver Economy

Venerdi 4 gennaio si è tenuto all’Auditorium S.Francesco, meritoriamente organizzato dal Jazz Club di Chiavari, uno straordinario concerto di Enrico Rava (tromba) ed Andrea Pozza (pianoforte) che ha richiamato una folla incredibile.
La presenza del Sindaco di Chiavari Marco Di Capua, che se ne è assunto in diretta la responsabilità, ha consentito di far godere dell’evento a molte più persone di quelle che la capienza del locale avrebbe consentito.

Alcune considerazioni sul concerto e sugli anziani.
Il triestino Enrico Rava è un formidabile ottantenne, cittadino onorario di Chiavari, che riesce ancora, accompagnato da un altro straordinario musicista come Andrea Pozza, a regalare una performance magica di altissimo livello e al contempo a ironizzare su se stesso. Alle undici di sera, dopo oltre un’ora e mezza di concerto, per chiudere ha annunciato che le persone della sua età a quell’ora devono andare a dormire, pur concedendo alla fine al pubblico osannante un generoso bis.
La platea, costituita prevalentemente da ultra cinquantenni ed ultra sessantenni, è rimasta stregata non solo dalla bravura dei musicisti, ma anche dal fatto che una persona di quell’età sia ancora capace di provocare emozioni fortissime, dimostrando così che l’età non è un impedimento a performance di questo livello.

Gli anziani non devono solo essere assistiti e percepiti come un peso per la società.

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Grazie Presidente!

Il 2018 è stato un anno difficile per il nostro Paese, alle prese con una lunga campagna elettorale, una lunghissima gestazione per la nascita del nuovo governo, un’economia (la più lenta d’Europa da anni) declinante e colpita da una forte crisi di sfiducia degli investitori nazionali ed esteri, spaventati dai proclami e dall’incompetenza dei nuovi governanti grilloleghisti. 

Ci sono stati momenti di vera e propria apprensione con lo spread sopra i 300 punti (cioè ad un livello oltre il quale l’enorme debito pubblico italiano non è più sostenibile), che hanno coinciso con gli annunci del governo, o meglio dei due vicepremier Di Maio e Salvini, di volersi scontrare con l’Europa sul rispetto delle regole di bilancio e in particolare sul livello del deficit. 

Si è sfiorato l’avvio della procedura di infrazione da parte dell’Europa, un’infrazione costosissima per le tasche degli italiani, perché si è parlato di una multa di oltre 60 miliardi (!!) oltre al blocco di tutti i trasferimenti all’Italia attinti dai vari fondi europei. 

Si sa come è andata a finire. Dalle fanfaronate (“O  il 2,4% o morte”, “non caleremo le braghe”, ecc.) si è passati ad una più realistica constatazione che contro l’Europa non si può andare, e all’accettazione di ciò che l’Europa voleva, e cioè un livello di deficit pari al 2%, che era esattamente quello che il ministro dell’Economia Tria aveva proposto al premier e ai due vicepremier a ottobre ottenendone uno sdegnato rifiuto. 

Resta il danno provocato dalle parole di Salvini e Di Maio, che hanno fatto esplodere lo spread, oggi solo parzialmente rientrato, e che sono costate all’Italia qualche miliardo di interessi in più sul debito pubblico. 

Nei momenti più acuti della crisi con l’Unione Europea, il ruolo del Capo dello Stato Sergio Mattarella e dei due ministri a lui più vicini, Tria all’Economia e Moavero agli Esteri, è stato fondamentale. 

Ancora una volta, così come era stato durante la lunghissima crisi per la formazione del nuovo governo, l’intelligenza e il senso di equilibrio del Presidente della Repubblica hanno evitato all’Italia guai peggiori. 
Il prestigio, l’autorevolezza, le relazioni che Mattarella ha in Europa hanno consentito e facilitato l’apertura di un confronto con l’Unione, ed hanno fatto capire al governo e ai suoi intemperanti e incompetenti diòscuri che lo scontro con la UE sarebbe stato letale per l’Italia e la sua economia. 

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La notte del Mary-Jo

Il Mary-Jo è un bar del lungomare di Chiavari diventato famoso tra i giovani perché da più di dieci anni centinaia di loro vi si ritrovano per trascorrere insieme la notte del 24 dicembre.
L’appuntamento è divenuto nel tempo sempre più importante e il concorso di folla è così imponente da rendere di fatto obbligatoria la chiusura della pubblica via.
La particolarità e l’interesse dell’evento stanno nel fatto che, nella notte di Natale, convergono al Mary-Jo non solo i giovani stanziali, ma anche moltissimi altri che, durante l’anno, non hanno l’opportunità di incontrarsi.

Molti di loro, infatti, vivono e lavorano fuori dalla Liguria e alcuni anche all’estero, e ritrovano amici e conoscenti solo in occasione delle vacanze natalizie.
Nuovi emigranti di una terra che da secoli ha l’emigrazione nella sua tradizione e che oggi, dopo aver formato giovani capaci e talentuosi, li perde per la cronica incapacità di creare impresa e posti di lavoro e di trattenere sul territorio le nuove generazioni. 

Ciò che colpisce della vicenda di questi ragazzi è la loro età e l’importanza delle cose che fanno fuori da Chiavari e dal Tigullio. Vediamo insieme alcune di queste storie.

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Manovra, corsa contro il tempo. Ma il Parlamento non ne conosce neppure i contenuti

È la prima volta nella storia della Repubblica che una legge di bilancio viene approvata prima ancora che il Parlamento ne conosca i contenuti. 

Mentre scriviamo infatti non è dato sapere quali saranno i saldi di bilancio (e cioè gli importi relativi alle varie voci di entrata e di uscita) né gli stanziamenti sulle principali misure proposte dalla maggioranza legogrillina (reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni), né come e quando queste entreranno in vigore. 

Siamo al 19 dicembre, mancano 12 giorni al termine per l’approvazione del Bilancio dello Stato e la confusione regna sovrana. 

È noto come alla Camera sia stata approvata la settimana scorsa una legge di bilancio completamente ‘finta’, cioè tutta da riscrivere al Senato tenuto conto della richiesta di riduzione del deficit avanzata dalla Commissione Europea al fine di evitare la procedura di infrazione per eccesso di debito. 

La legge votata dalla Camera prevedeva ancora un deficit sul PIL del 2.4%, con una crescita del PIL del tutto irrealisticamente prevista all’1.5% (tutti gli studi e le analisi più recenti fanno fatica a prevedere nel 2019 una crescita dell’Italia che arrivi all’1%). 

La Commissione Europea pur riconoscendo all’Italia un’ulteriore dose di flessibilità rispetto ai patti confermati anche da questo governo a giugno (1.8% di deficit massimo sul PIL) non sembra disposta ad accettare qualcosa di diverso dal 2% su un PIL la cui crescita è prevista all’1%. 

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