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Entella, l’irredentista Gozzi colpisce ancora: nessun ‘repulisti’, tutti i dirigenti confermati

La Virtus Entella è retrocessa. Abbandona la serie B che aveva raggiunto nel 2014 allo scoccare del suo centesimo anno di vita. Scende in serie C al termine di un campionato sbagliato: è colpevole perché per organico e mezzi societari alle spalle non era certo la quartultima squadra del lotto, è colpevole per le troppe svolte e indecisioni.
Le vanno riconosciute le attenuanti generiche degli infortuni e della sfortuna, degli episodi girati quasi costantemente contro. Capita anche ai migliori, capita anche a chi da dieci anni – l’era della presidenza Gozzi – si era abituato alle promozioni, ai riconoscimenti, alle vittorie.
Il primo passo falso rappresenta per i sostenitori un dolore, per alcuni, forse tanti, che in questi anni erano rimasti nell’ombra affilando i pugnali l’occasione a lungo attesa per saldare i conti.
Da venerdì 1 giugno a Chiavari e dintorni pare abbiano allestito una ghigliottina, una metaforica Place de la Bastilledove ci sono tante Tricoteuse, le megere del popolino parigino che assistevano sferruzzando alle esecuzioni capitali biascicando insulti tra un punto a croce e l’altro, tra una testa che rotolava e l’altra.
La pleb- pochi sugli spalti, molti appollaiati nei forum e sui social – urla il nome di questo e di quel dirigente, pregustando il salvifico repulisti che renderebbe l’Entella “più forte e bella che pria”. Forse si possono cogliere le assonanze con eventi recenti e di maggior portata, indubbie le consonanze tra un Presidente e l’altro. Tenere la barra dritta in simil tempesta non è semplice.
Antonio Gozzi in questi giorni mostra la stessa feroce determinazione che gli consentì nel 2008 di strappare dal limbo una società che di prestigioso aveva solo i ricordi. Il padrone dei destini biancocelesti si appresta a una traversata nel deserto di durata e portata incerte. E non ha paura.

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Cantero, sipario ancora chiuso. E il futuro resta un’incognita

Il luogo è deputato alle sorprese e ai colpi di scena. Anche se la magia dello schermo acceso e delle tavole in legno che scricchiolano si è persa da ormai sei mesi. Era una fredda sera di fine 2017 quando, con l’anonima proiezione del film ‘Star Wars: gli ultimi jedi’, si chiusero gli eleganti battenti del Teatro Cantero di Chiavari.
Oggi, quella saracinesca in piazza Matteotti, nel cuore della città, è sempre più triste e piena di polvere. Una ferita aperta, nel cuore di moltissimi chiavaresi, orfani della loro sala, di uno dei loro principali punti di riferimento.
La mancanza si è sentita tutti i giorni di questo inizio 2018: in particolare nei week-end, quando ci si poteva andare a vedere un buon film in prima visione. Ma, soprattutto, durante il Festival della Parola che si è chiuso nei giorni scorsi. E dove il Cantero con la serranda chiusa è stato il grande convitato di pietra.
Gli organizzatori lo hanno sostituito con una tensostruttura collocata a ridosso della Cattedrale e sedie in plastica allineate l’una con l’altra. Soluzione d’emergenza, visto che a Chiavari non esiste una sala altrettanto capiente. Ma volete mettere le poltroncine rosse, la geometria dei palchetti, la maestosità del palcoscenico. Eppure tutto questo è ancora lontano dal tornare.

Attualità, In primo piano

Chiavari, il depuratore ancora nel pantano tra promesse elettorali e l’incubo delle sanzioni

Depuratore di Chiavari, la storia infinita. Il progetto del nuovo impianto tiene banco in città da più di tre anni ed è il classico argomento che a scuola definirebbero interdisciplinare: perché riguarda l’ambiente, la giurisprudenza (le normative europee in particolare), il paesaggio, l’edilizia, l’ecosostenibilità e, non da ultimo, la politica.
Un intrico assai complesso, che l’attuale maggioranza si trova sul tavolo e che dovrà – qualsiasi sarà la soluzione – essere sbrogliato in tempi brevi, pena l’arrivo di sanzioni che andranno a ricadere sulle bollette di tutti i cittadini e sul bilancio di Palazzo Bianco.
La clessidra è quasi vuota, le idee in campo sono tante, la battaglia legale impostata, quella d’opinione ancor di più. Ma la soluzione al dilemma pare lontanissima.

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