Matilde, dall’Entella alla Samp a insegnar calcio ai ragazzi
Calcio, Sport

Matilde, dall’Entella alla Samp a insegnar calcio ai ragazzi

di DANILO SANGUINETI

Il calcio salvato dalle ragazze. Che all’italica pelota serva uno scossone è abbastanza evidente. Perché non affidarsi all’entusiasmo di tante giovani che hanno qualità che sembrano fare difetto all’altra metà del cielo? In modo lento ma costante crolla il muro di veti, pregiudizi e ostilità che ha frenato l’ascesa del movimento femminile nello sport di squadra più sessista sulla piazza.
Solo l’anno scorso eravamo ancora alle prese con Tavecchio e compagnia. Al confronto basket, volley e pallanuoto sono governati da suffragette… Per tracciare un possibile percorso la storia di Matilde Malatesta è talmente perfetta da sembrare inventata. Dalla Calvarese alla Sampdoria passando per Entella, Juventus, altre squadre di punta, nazionali varie: giocatrice, allenatrice, collaboratrice tecnica, animatrice, studentessa, dilettante, professionista. Ha soli 24 anni e ha già messo alle spalle sfide e incarichi che richiederebbero tre vite di persone ‘normali’. E non ha alcuna intenzione di rallentare.
Matilde ha saputo guadagnarsi la stima di maestri e mentori. Chiedere per conferma al vecchio saggio del calcio levantino, Gianni Comini, che le affidò una squadra da allenare quando aveva appena compiuto 16 anni. Ha per lei la stima e il rispetto che ha riservato solo ai migliori.
Incontrarla e parlarle è come essere investiti da un uragano di energia e sentimenti positivi.

Da dove arrivano?
“Il carattere è questo, sono sempre stata una che non si accontenta. So dove posso arrivare e non mi faccio fermare dai contrattempi, dalle risposte negative”.

Si coglie un’eco dei tuoi inizi. A Cicagna a cavallo tra anni ’90 e Duemila per una ragazza il pallone offriva poche opportunità.
“Lo puoi dire forte. Che mi ricordi, non ho fatto altro che tirare calci a una palla. Alle elementari, all’oratorio giocavo con i maschi. Me la cavavo. Senza false modestie, ero meglio della media dei miei compagni. In Quinta elementare decisi che le partite all’oratorio non mi bastavano più, volevo mettermi alla prova in una vera squadra. A 10 anni entrai nella Calvarese, unica formazione della Val Fontanabuona ad avere una sezione femminile. Il difficile fu convincere i miei genitori. Papà temeva che non fossi adeguata, che perdessi tempo, mamma che mi facessi male. Ci volle un po’ di tempo, poi mi videro all’opera e accettarono il fatto, o almeno si rassegnarono”.

Subito dopo altra svolta.
“Avevo delle qualità e la voglia di imparare. Approdai all’Entella femminile dove trovai Andrea Mei, altro mentore che non finirò mai di ringraziare. Avevo 11 anni, si disse sicuro delle mie potenzialità. Un anno dopo il club confluiva nella Virtus Entella. Entrai in una famiglia ancora più grande. Cinque anni, altri progressi, altre sfide. Fui convocata in Nazionale, prima l’Under 16 poi l’Under 17”.

Mi dicono che era uno dei traguardi che ti eri prefissa, ma non l’unico e non l’ultimo, vero?
“La maglia azzurra era un sogno, ne avevo altri nel cassetto. Per questo chiesi a Mei e all’Entella di poter andare a giocare altrove, per stare nelle categorie di vertice del femminile. Alessandria e Molassana in A2, infine Luserna nella massima categoria, che significava stare a Torino, lontano da famiglia e amici”.

Anni intensi, quasi frenetici…
“Diciamo che non avevo il tempo per annoiarmi. Lo studio, gli allenamenti e poi anche la nuova avventura, il mestiere di tecnico da imparare. Ho fatto qualche sacrificio, ma era niente rispetto alla soddisfazione per i risultati raggiunti”.

Si stenta a crederlo. A soli 16 anni insegnante di calcio?
“I dirigenti del settore giovanile dell’Entella si accorsero che con i bambini ci sapevo fare. Mi proposero di seguire le più piccole, io chiesi di poter lavorare con i bambini. Non fu Comini direttamente a parlarmi, scoprii solo in seguito che però era stato lui ad ‘adocchiarmi’. Ripensavo ai miei primi passi e mi piaceva poter aiutare ragazzini e ragazzine a intraprendere la stessa avventura. Da lì sino all’estate scorsa ho avuto come seconda casa la Colmata a Mare, cuore del settore giovanile biancoceleste. Tecnici più grandi ed esperti che mi hanno insegnato a insegnare, decine di allievi e i loro genitori, tanti incontri positivi. Tornei, campionati, sfide, delusioni, gioie”.

Il tuo ‘stile’ imperniato sulla leggerezza, sul lasciare i mini calciatori liberi di esprimere il proprio talento, non passa inosservato. Arriva la chiamata della Sampdoria.
“Mi hanno prospettato il ruolo di collaboratore tecnico all’intera sezione femminile. Dall’estate scorsa lavoro al fianco degli allenatori delle 4 categorie dell’Academy. Mi sono subito trovata benissimo, a Bogliasco fanno in grande e sul serio con il calcio femminile. Io mi occupo in particolare dei Primi Calci, le leve delle più piccole, la Under 11. Stiamo gettando le basi per una nuova generazione di atlete, nei prossimi mesi vedremo i frutti”.

Di fronte a un impegno così severo, non hai ancora appeso le scarpe al chiodo?
“Finché riesco a reggere… Ora gioco nel Campomorone e credo di poter dare ancora un discreto contributo”.

A proposito, sempre centrocampista di spinta?
“Fondamentalmente sì. Il ruolo che ho nel cuore è quello del trequartista, ma in Nazionale e a Torino ho fatto anche il terzino. I miei allenatori dicevano ‘Matilde è bravissima in fase di possesso, ma se c’è da rincorrere le avversarie si dà per dispersa…’. Con gli anni sono diventata più disciplinata tatticamente”.

Però ai tuoi allievi predichi la fantasia…
“Sì, non intendo imbrigliarli in schemi, ci sarà tempo e modo. Sopra ogni altra cosa cerco di trasmettere loro la mia passione per il calcio”.

Ecco svelato il segreto di Matilde. Che al mattino lavora in ufficio, al pomeriggio insegna alle piccole sampdoriane e alla sera si allena con la sua squadra. Domeniche, festività, ponti, sono sacrificati sull’altare Eupalla, la sua vita è un ingorgo di impegni eppure trova il tempo per viverla, coltivare amicizie e sorridere, sorridere sempre.

Ma come fai?
“Sai come mi avevano soprannominato le mie compagne non liguri? Una ‘rebelot’, che in dialetto meneghino significa una che fa trambusto, confusione ma anche una mai stanca. Se ci credi ce la fai, e io ci ho sempre creduto”.

Insomma una ‘casinara’, ma organizzata. E poi nella radice del termine c’è il tema ‘rebel’: abbasso le convenzioni, alla larga dai luoghi comuni. Matilde, portabandiera del ‘girl power’ e di una visione di calcio diversa, probabilmente migliore.

2 Maggio 2019