Il delfino Nemo, triste vittima dell’allerta rossa
Attualità

Il delfino Nemo, triste vittima dell’allerta rossa

di ALBERTO BRUZZONE

Nemo era il mammifero più bello del Mar Ligure. Uno splendore: perfetto nei lineamenti, slanciato, di un color argento fulgido sul dorso, bianco come la panna sull’addome. Con un bel musino delicato, la bocca più serena e sorridente di quella di un’emoticon.
Il principe delle acque.
Quando passava tra acciughe, scorfani, orate e branzini, muoveva sinuosamente la sua coda. Le altre specie si aprivano, s’inchinavano al suo cospetto.
Tante volte si era affacciato sul filo dell’acqua. I pescatori e i bagnanti avevano visto spuntare la sua pinna dorsale. Prima si erano preoccupati, agitati, infervorati, pensando a uno squaletto. Ma al vederlo spuntare infine applaudivano, di fronte ai suoi fischi, ai suoi click.

A Nemo piaceva farsi notare. Sapeva di essere bello. Terribilmente bello.
Usciva dal mare e vi si rituffava dentro, dando spettacolo ogni volta. Arcuando il suo corpo più che poteva. Sotto gli occhi amorevoli della mamma, che mai lo lasciava da solo.
Sino a quando, una mattina, l’onda che Nemo tanto spesso aveva cavalcato, sfidato, bucato, fu per lui fatale. Il mare che conosceva come le sue tasche lo aveva tradito. Come tutti i figli un po’ ribelli, aveva voluto allontanarsi dalla mamma. Provare a scoprire il mondo da solo.
Ma aveva scelto il momento peggiore.

Fuori dalla sua casa soffiava un terribile vento di Libeccio. Nemo era forte, coraggioso, ma ancora inesperto. Non sapeva che, quando c’è maltempo, bisogna stare sotto, ma molto sotto. Perché una sola corrente può risultare mortale.
Lui era un delfino libero, ecchediamine. Mica come quelli degli acquari, storditi dalle migliaia di fotografie. Più di tutto aveva la gioia di stare in mare aperto. Un aspetto più importante della bellezza.

Questa sera, mamma Delfina cerca disperatamente il suo Nemo. Lo cerca negli anfratti dei fondali, in mezzo alle alghe, alle posidonie, alle anemoni. Emette sibili continui.
Ma del suo figlio nessuna traccia. Non una risposta, non un segnale. Non vede spuntare la sua silouhette.
Come una mamma che ha perso il suo amore, piange.
Piange lacrime amare.
Piange lacrime inconsolabili.

L’allerta rossa di lunedì 29 ottobre 2018, oltre agli ingenti danni e a una vita umana, ci ha lasciato un enorme amaro in bocca. Un senso di sconforto, di sconfitta.
Di desolazione.
Noi lo sappiamo.
La sappiamo, la fine che ha fatto Nemo. Un gruppo di ragazzi lo ha trovato, senza vita, sulla spiaggia di Arenzano.
Il mare, quel mare, lo aveva sfidato troppo.
Il mare lo ha punito.
Senza pietà.

Nemo giaceva sull’arenile. Profanato come un rottame, in mezzo ai sassi, al legname, alle alghe e ai rifiuti. Restituito senza vita dal mare in tempesta.
Il principe delle acque ucciso per la troppa voglia di libertà.
Questa sera una mamma piange, sott’acqua.
Delfina capirà molto presto. Anzi, forse ha già capito.

I ricercatori scozzesi dell’università di St. Andrews, qualche anno fa, hanno dimostrato che la metà dei suoni prodotti dai delfini servono a dire il proprio nome e ad annunciare il proprio arrivo. Chissà che peana, questa notte, nel Mar Ligure.
Un peana a vuoto, senza replica, senza speranza.

Se nella vita hai letto Plutarco, non puoi non commuoverti, guardando l’ultima immagine del piccolo, perché “nel delfino soltanto si trova, in relazione all’uomo, quella cosa che vanno cercando tutti i migliori filosofi, ovvero l’amore disinteressato. Questo animale, infatti, non ha bisogno di ricevere nulla dagli umani e, dal canto suo, nei confronti di tutti gli uomini mostra la sua benevolenza e amicizia”.

Riposa in pace, piccolo Nemo.
Avremmo voluto esserti amici.
Ma una crudele natura ce lo ha impedito.
Che il mare, come in vita, ti sia lieve.

8 novembre 2018